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Recensione su Lucy

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8 ottobre 2014

Intro: veloce sequenza di dialogo tra la sguaiata Lucy, studentessa a Taipei, e Richard, suo non precisato boyfriend. Lui le chiede di consegnare una valigetta a suo nome, lei rifiuta, lui la costringe. Ciò che accade dopo è sangue, frenesia e battute di caccia. Il parallelo con immagini documentaristiche di un ghepardo che rincorre la sua preda tenta di agganciare il senso delle scene, e riportare alla condizione animalesca, ammonendo a un valore filosofico. Lucy è la gazzella, e ciò che era nella valigetta finisce nella sua pancia: una nuova droga sintetica mai vista prima che, causa colluttazione, si rompe e si libera in gran dose nel suo organismo. Da questo momento il cervello di Lucy subirà un costante sviluppo di capacità. Dall’altra parte del mondo, a Parigi, il professor Norman tiene una conferenza sulle capacità cerebrali, sottolineando come esse siano normalmente usate solo al dieci percento.
Purtroppo però le frettolose premesse di questo sci-fi diretto da Luc Besson sono tanto accentuate quanto superficiali. Se il discorso riguardo alla percentuale di cervello utilizzato, semmai fosse stato valido, è ormai obsoleto da anni (non serve essere più di tanto informati per sapere che usiamo tutto il cervello, ma in modo settoriale, così che di momento in momento risulta utilizzata una percentuale minima) Besson ne sottolinea l’importanza durante tutto il film, dapprima tramite il discorso tenuto dal professore, una sorta di gioco a scoprire i nuovi superpoteri man mano che la percentuale sale, poi visivamente, stampando sul grande schermo il grosso numero in base al grado di sviluppo della protagonista. Già questo, purtroppo, basta a svilire il film che presume di catalogare l’umano alla stregua di un computer con performance percentualizzabili. Non basta. C’è la solita “nuova droga” a giustificare l’enorme salto cognitivo. Da dove viene questa sostanza? Non è dato saperlo, ma era in mano ad uno sciabordato ragazzo di basso borgo quale può essere Richard, il precario ragazzo di Lucy.
La sceneggiatura gioca quindi nell’ignoranza dello spettatore che ne trova stuzzicanti i voli pindarici, ma che, se un minimo interessato al settore, presto ne sarà infastidito. La narrazione però sceglie la strada del filosofico (sempre su sfondo più che mai action), e risulta interessante lo sviluppo psicologico di un personaggio comunque ben interpretato. È forse anche qui scialbo di contenuti realmente nuovi e appassionanti, ma qualche spunto sull’evoluzione caratteriale regala attimi di curiosità. Piacerà agli appassionati di fantascienza, non agli appassionati di scienza.

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