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Recensione su Luciano Serra, pilota

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20 settembre 2014

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Siamo negli anni ’30, in particolare nel ’38 anno che porta alla luce “Luciano Serra pilota” e “Sotto la croce del Sud”, il primo di Alessandrini ed il secondo di Brignone. Due film in cui l’azione si svolge in Etiopia, presentati entrambi al Festival di Venezia, con due abili registi dietro la macchina da presa. A dimostrazione del fatto che i film a forte contenuto ideologico dovevano diventare un successo di pubblico e critica, venivano affidati a registi di cui si era sicuri che in un modo o nell’altro avrebbero elaborato opere decorose dal punto di vista cinematografico ed efficaci dal punto di vista della propaganda. Tra i due, il maggiore è a mio avviso Luciano Serra pilota.

Il progetto nasce per iniziativa di un gruppo di industriali milanesi fra cui Angelo Monti, segretario di un’associazione nella quale erano raggruppati tutti i grandi produttori di aerei italiani. L’associazione finanzia un film donando un milione di lire, da notare come il film alla fine ne costerà cinque e, fatto più importante, la sua preparazione mette in luce i legami che esistevano tra ambienti politici e quelli economici. L’opera, neanche a dirlo, esalta sia l’aviazione che la conquista dell’Etiopia. Attenzione però, nel suo voler essere paternale, propagandistico ed un tantino retorico, l’opera risulta d’intrattenimento spettacolare.
Alla regia troviamo Goffredo Alessandrini e alla preparazione del film, REGGETEVI FORTE, un giovane Rossellini che curerà la sceneggiatura definitiva. Vittorio Mussolini partecipa alla “supervisione”, collaborando alla scrittura.

L’idea da cui si parte è quella di una storia di un giovane orfano di padre, un celebre aviatore che riesce a trasmettere la passione del volo al ragazzo; contro la volontà della famiglia il giovane entra nell’Accademia aeronautica. All’inizio si pensa a prendere come modello l’americano Freddie Bartholomew a conferma che i film d’aviazione guardavano molto in direzione di Hollywood poi però si pensa ad un modello d’aviatore più dannunziano, un pazzoide, uno di quelli che avevano fatto la guerra tra il 15/18 che hanno continuato a fare pazzie per paura di diventare borghesi. Venne preferito questo tipo di aviatore poiché chiaramente richiamava maggiormente il fascismo.

L’opera si sviluppa in tre momenti, 1921, 1931, 1935-36 La prima fase, quella del ’21, vede un capitano della prima guerra mondiale, Luciano Serra che si guadagna il pane gestendo un idrovolante in riva al lago Maggiore. Da sei mesi non paga l’affitto e la moglie torna a vivere con i genitori dato che il marito non può permettergli tutti i vantaggi di uno status elevato. La sua esistenza è durissima, Serra si lamenta del fatto che i vecchi combattenti non sono rispettati e che il valore non conta più nulla per l’Italia. Il suocero gli offrirebbe pure un lavoro, è un industriale, e lo vorrebbe come impiegato nella sua impresa, Serra però rifiuta. Per lui il fascino dell’avventura è più eccitante della comodità borghese. Decide così di partire per l’America del Sud. Nel’31 dopo essere divenuto celebre grazie alle sue acrobazie aeree, è membro di un circo, un organizzazione di boxe gli propone di preparare un volo da Rio de Janeiro a Roma, un volo che getterà un ponte ideale fra città latine. La scena si sposta In Italia, il figlio è oramai maggiorenne e vuole diventare aviatore ed entrare alla scuola aeronautica di Caserta. Vive in un ambiente opprimente, con un nonno protettivo che però dà l’assenso. Scrive allora al padre, per informarlo della decisione e va a trovare un amico dello stesso (un ex ufficiale che esalta la grandezza del mestiere). Quando la lettera giunge a Luciano, è arrabbiato poiché per mancanza di finanziamenti il volo è rinviato più volte, decide di partire immediatamente per l’Italia. Tecnicamente compie un furto, ruba l’aereo e dopo un inseguimento della polizia decolla catastroficamente… ma chi siamo noi per giudicare?

La scena si conclude durante una violenta tempesta, mentre l’aereo sparisce in mare.
Passano gli anni ed i giovani aviatori della scuola, fra cui Serra-figlio, vengono chiamati alle armi. Parteciperanno alle guerre di conquista in A.O. Non è l’unico a partire, in Etiopia troviamo anche Serra Luciano sotto falso nome. E’ invecchiato ed è arruolato come fante nell’esercito italiano. Da notare come anche la Chiesa partecipi alla conquista. Dopo svariati mesi di guerra, siamo nel ’36, li troviamo verso il fronte, su un treno in corsa ma Serra più di guardare il paesaggio, guarda le nuvole ed il cielo. Nel mentre, il giovane Serra si vede affidare una missione di ricognizione durante la quale assiste ad un’imboscata compiuta dagli Etiopi. Gli Etiopi, con un’imboscata che ricorda palesemente gli assalti ai treni dei film western, arrivano al treno di Serra-padre. Il giovane fa manovra ma una pallottola di mitraglia lo ferisce gravemente. Il suo assistente va a chiedere aiuto ai soldati sul treno mentre un conflitto a fuoco scoppia in modo clamoroso (789), viene colpito anche il fuggitivo che spira fra le braccia di Serra rivelandogli la presenza di un giovane aviatore fin troppo promettente. Serra senior intuisce che è il figlio e allora..

Presentato al Festival di Venezia, “Luciano Serra pilota” è salutato da lodi e congratulazioni. Un film giovane per giovani, sensibile al carattere realistico dei personaggi, audace, che non si ferma al semplice intrattenimento per masse (abcba). Le riprese furono lunghissime, vennero girati migliaia di metri di pellicola che poi furono accantonati. Luciano Serra pilota è un film che collega il fascismo agli anni di guerra (15-18), si parte da quello scontento, da quel malcontento, del protagonista. Il protagonista è un aviatore che non riesce ad integrarsi alla vita borghese. Non vede via d’uscita e preferisce fuggire via.
Egli va in America del Sud dove fa l’aviatore civile trasportando la gente in giro a pagamento. Luciano lascia la famiglia, l’amore, il figlio perché è scontento. Gli autori giocano tremendamente con un sentimento politico-sociale sempre forte, muovendo una critica all’era liberale. L’allontanamento termina quando il figlio di Luciano viene inviato in Etiopia. L’unico modo per trovarlo è l’arruolamento ma molto è dato al caso (0909).Il film è un tentativo di affermare che l’aviazione ed il cinema sono armi importanti, trascurate e da incoraggiare. Ebbe un successo enorme di pubblico e critica. Principalmente è una storia di uomini, non c’è posto per le donne. E’ la caratteristica principale dei film militaristi, l’amicizia occupa il posto assegnato all’amore e la donna se è presente è del tutto marginale. In quest’opera la moglie di Luciano non riesce a tenere il marito-pilota nella dimora coniugale; è una donna castratrice e l’uomo secondo il fascismo doveva prenderne le distanze. La vita sentimentale è sostituita dall’amicizia virile e cameratesca.. e io mi domando, citando “come fanno i marinai”: come fanno a rimanere uomini ? Chissà.

Altro tema riscontrabile nel filone coloniale è quello del padre che è disposto a tutto, perfino un sacrificio (sacrificio presente ne il grande appello ma anche ne “lo Squadrone bianco”, opera in cui si assiste alla morte di una figura paterna incarnata dall’ufficiale Santelia). I figli prendono il posto dei padri e ne coltivano la memoria. Questo in fondo è il significato del finale, un film che vi linko completo.

Note del Don.
(123stella) Tradizione vuole: ..per il titolo del film gli autori esitarono a tal punto che fu Mussolini stesso, mentre aveva due minuti nel radersi la barba, a trovare il titolo. Tutti i titoli proposti dai registi erano retorici, ali spezzate, catene, aquile. Quello di Mussolini fu semplicemente “Luciano Serra pilota”… Si, ciaone.

(0909) intervista ad Alessandrini p. 68 “l’ora d’Africa del cinema italiano” Gian Piero Brunetta
(789) Per l’attacco al treno erano previsti quattromila cavalieri Galla, un migliaio di Abissini, un migliaio di fanti italiani.
(abcbab) Carlo Viviani (Gazzetta di Venezia del 29 Agosto 1938) cfr “l’ora d’Africa del cinema italiano” Gian Piero Brunetta
Altre ed eventuali
Nel ’37 Alessandrini e Rigati partirono per la Somalia e l’Etiopia, conobbero così direttamente il paesaggio; a Roma invece si girò una parte della sequenza sull’attacco al treno.

DonMax

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