Recensione su Strade perdute

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7 ottobre 2011

Anche in questo caso secondo me Lynch si rivela per quello che è: un uomo con una porta aperta su una parte del cervello inaccessibile agli altri. Sembra una sviolinata d’autore – e forse un pò lo è – ma ogni volta che guardo un suo film resto abbagliato dalla sua capacità di riportare in immagini le situazioni più oniriche. Guardare un suo film è come (ri)vedere un sogno. C’è chi la mattina si alza con una traccia latente di tutto quello che ha visto e sognato durante la notte e non riesce a mettere insieme due parole per descrivere quello di cui è stato protagonista e c’è chi come Lynch il sogno lo crea. Viene da dentro, dai recessi della sua mente, è intinto delle sue turbe e delle sue pulsioni (l’ossessione per il sesso, la femme fatale, lo sdoppiamento..) ed è un flusso incondizionato, al di sopra della struttura narrativa classica. La trama perde d’importanza, l’importante sono le sensazioni che evoca in ognuno di noi. Non a caso, lui stesso ha sempre affermato che i suoi film non hanno un punto di vista oggettivo ma soggettivo, quello di chi li vede.
In questo “Strade perdute” il personaggio, o meglio i personaggi, si interscambiano in una sorta di ciclo senza fine e sono soggetti alle distorsioni della loro mente più che in altri contesti. La logica è quella ciclica del nastro di Moebius e la realtà è quella filtrata e ricordata dal protagonista e non quella oggettiva di cui è vittima.
Patricia Arquette in duplice versione è una musa ispiratrice!

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