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Recensione su Il mio amico Eric

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20 dicembre 2012

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

La storia è di quelle da sobborghi inglesi e tifo da stadio, Eric, un postino non giovane, ha due figliastri che non lo ascoltano, una casa disordinata e sporca e ha abbandonato trenta anni fa la donna che amava per paura delle responsabilità. Tutto gli sta andando letteralmente allo sfascio, aveva la passione per il rock’n’roll anni ’50 e ce l’ha ancora per il Manchester United, di cui ha tutti i poster in camera, in particolare quello di Eric Cantona, un ex giocatore francese del Manchester che per i tifosi era un dio, si faceva il figo tirandosi su il colletto nelle pubblicità della Nike (memorabile il suo “Au revoir” ai demoni) ed era uno di quelli geniali ma fondamentalmente testa di cazzo. Altrettanto memorabile quando prese a calci rotanti tipo in faccia uno spettatore a bordo campo e si prese 9 mesi di squalifica.
Era un excursus. Insomma, ad un certo punto succede che questo Eric in un certo qual modo si sdoppia e gli compare Cantona, lui personalmente di persona, in camera. E fumandosi le canne e bevendosi vino lo psicoaiuta, a suon di proverbi francesi sul non arrendersi e rischiare, sul provare a riconquistare la sua amata. A ciò si aggiunge il dover rischiare ancora più grosso, per tirare fuori il maggiore dei figliastri dai casini in cui s’è cacciato con uno tizio matto e pericoloso, che è una specie di boss cattivo del quartiere.

Ora. Ken Loach ha abituato da anni a fare film dalla parte dei deboli, ad approfondire ambienti degradati tramite storie in cui far risaltare la forza dei sentimenti. Ma qui fa un pochino di più. Perché oltre a limitarsi all’usuale precisa rappresentazione dei sobborghi di Manchester, gli amici al pub (grandi gli inglesi, che tornano a casa dal pub e la prima cosa che fanno è… aprire un’altra birra XD), la solidarietà che lega vite piccole di persone qualunque, fa quel passo surreale in più con il personaggio di Cantona, fantasma-proiezione che solo Eric vede, come se fosse la personificazione di tutti i suoi sentimenti repressi per trent’anni, a cui rivolgersi. Da solo, o grazie a Eric, Eric riuscirà pian piano a rimettere in sesto una vita che ormai sembrava alla deriva, e il lieto fine fa sorridere perché vorrebbe (ci riesce, poi non so quanto sia vero) dimostrare come i problemi si possano superare e tutto valga comunque la pena di essere vissuto. L’Eric non Cantona è un poco Woodyallenesco, io son stato melenso?

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