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Recensione su Locke

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Adios Xsj / 4 luglio 2014 in Locke

Quando avevo letto la trama di Locke, uno dei primi film a cui pensai immediatamente fu Buried di Rodrigo Cortès del 2010. Come la pellicola con Ryan Reynolds, questo lungometraggio condivide infatti quasi tutti gli elementi di base. Elementi presenti in scarso numero, ma che risultano assolutamente essenziali. Un solo attore, un solo luogo, un’interazione non interpersonale (che si manifesta tramite l’utilizzo del telefono) con gli altri “personaggi”, una narrazione interamente svolta in tempo reale. Le differenze stanno, oltre che nell’oggetto chiave della vicenda (bara/automobile), anche e soprattutto nelle intenzioni. Se il lavoro spagnolo cercava di trasmettere un forte senso di oppressione e claustrofobia nello spettatore, il film di Steven Knight mira più a scuoterlo, attraverso il perpetuarsi di avvenimenti nefasti che caratterizzeranno la notte del protagonista. Avvenimenti a cui lo spettatore dovrà assistere, anche se non direttamente, e dove l’unica possibilità di non sentirsi impotente di fronte ai fatti, di non dover “ingoiare il rospo”, sarà rappresentata dalle telefonate, l’unica barriera resistente al collasso totale dell’intera vita di Ivan Locke.
La messa in scena complessiva rende particolarmente apprezzabile questa pellicola: il tempo reale conferisce in maniera perfetta l’atmosfera del viaggio, un’atmosfera condita dalle luci della notte, dal traffico e da tutte le piccole cose che solitamente lo caratterizzano. Vedere le sfocate luci dei lampioni scorrere davanti allo schermo acquista in questo film un valore estremamente personale.
Il racconto si chiude poi nella maniera più semplice. Dopo la tempesta sopraggiunge sempre la quiete, tutto si sistema ad un certo punto e si ricorre ad un nuovo inizio. Non fa nulla se ciò risulta prevedibile, poco originale o buonista. Dopotutto, non è il viaggio quello che conta?

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