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Recensione su Locke

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9 maggio 2014

“E’ stata una gioia ed una grande sfida realizzare Locke in una maniera totalmente nuova, girato in real time, Locke è una novità.”
Steven Knight – regista, sceneggiatore, ideatore

Scritto in funzione degli 85 minuti che lo contengono, Locke vive su di essi senza salti temporali. Girato in sole otto notti, il tempo visivo ricalca i minuti reali di un viaggio denso di significato pratico più che ideologico. La sceneggiatura, banale dirlo, è fulcro progettuale di otto giorni sul set, e più che mai diventa sostanza la scrittura del testo, che prende forma perentoriamente prima di imbracciare la videocamera, negando di conseguenza sviluppi in corso d’opera.
da tale prologo scaturisce la concezione di una forma operandi netta nelle proprie scelte, partorendo parimenti un altro modo di intendere la proiezione cinematografica, della quale è forse troppo giudicare “mai vista”, ma sicuramente non meno di audace e innovativa.

l’uomo, la vettura, il viaggio e la sua vita, mai mostrata attraverso immagini ma presente più di ogni altra cosa a mezzo sonoro, invade l’esperienza dello spettatore e crea essa stessa il presupposto inscindibile. E’ tutto racchiuso nel confronto tra l’uomo, il vivavoce e lo specchietto retrovisore; tre elementi a creare il reale viaggio del protagonista, ben altra cosa rispetto al viaggio su strada, reale per certi versi, meno per altri, che null’altro è che il contenitore temporale dello sviluppo cogitativo dell’autore, totalmente epurato da qualsivoglia significato metaforico.
Ivan Locke è quindi il simbolo umano della determinazione che trova sostanziale forma nella volontà di scollamento genetico di eredità paterna: il “vizio di famiglia” è per Ivan più che un semplice tratto comune, e il riuscire a dimostrarsi forte nel negarlo è l’espiazione necessaria della colpa insita nel dubbio di non essere diverso da sua padre, giocandosi allo stesso tavolo la carriera, la famiglia e lo status sociale.
Intorno a questo “piccolo” cavillo dai tratti sfumatamente psicanalitici nasce il personaggio filmico, regalandoci uno stato transitorio mentale a tal punto da diventare sensoriale. La vera novità sta nel modo in cui è inteso l’assistere al film, che si pone come condizione più che visione, grazie probabilmente ad un Hardy che non lascia scivolare la scrittura del personaggio nel già visto compendio emozionale, affidandosi piuttosto ad una micro-mimica essenziale per lo scopo alto del film, e ad una fotografia “da galleria” che rafforza la neutralità. Tutto cerca di donarci una diversa sensazione del vivere il film. Il finale è la sottolineatura ultima di questa volontà.

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