Ça va sans dire / 20 Aprile 2019 in Lo spietato

Lo spietato di Renato De Maria, nuovo film italiano originale Netflix, si propone come una parabola criminale nella Milano rampante degli anni Ottanta, la capitale del tutto è possibile (basta avere i soldi). Non a caso, citando lo slogan di un celebre spot dell’amaro Ramazzotti, la tagline del film recita: “Nella Milano da bere, vince chi ha più sete”.

Il protagonista, Santo Russo (Riccardo Scamarcio), emigrato dalla Calabria ancora adolescente insieme alla famiglia, sembra avere moltissima sete, perché vuole affrancarsi presto da una vita “limitata” ed è irrimediabilmente attratto dal crimine. A 16 anni, 4 mesi di detenzione al Beccaria, il carcere minorile di Milano, gli mostrano definitivamente la sua strada. Santo non prova neppure a “non essere cattivo” (cit.): la malavita gli piace, è un ragazzo violento, immorale, senza scrupoli. Negli anni Settanta, rapisce, rapina, ammazza. Ma ha una visione imprenditoriale del dolo. Così, nei ruggenti anni Ottanta, si fa imprenditore criminale, praticamente da solo, un vero self made man, come tiene a ribadire nel suo lessico anglofono da cummenda d’accatto: investe nell’edilizia, nella droga, ottenendo grandi risultati e facendosi grandi nemici.

Sulla carta, Lo spietato è uno splendido romanzo criminale (e a un romanzo si ispira, Manager Calibro 9 di Luca Fazzo e Piero Colaprico). Nei fatti, è un’opera incerta con tanti ottimi spunti, soprattutto nel taglio ironico e grottesco, com’è nella cifra di De Maria: purtroppo, la resa complessiva è impalpabile.
La passione per il cinema di genere (crime e, soprattutto, sottogeneri locali come poliziottesco e polar) è più che evidente e la ricostruzione d’ambiente è ottima. Come già dimostrato con Paz! (2002), per esempio, l’occhio di De Maria è estremamente portato a cogliere e riprodurre con fedeltà maniacale e ispirata naturalezza luoghi e situazioni collocate in un preciso periodo storico. Abiti, volti, arredi, costumi: la filologia formale è pienamente rispettata. La storia, invece, è troppo evanescente e priva di vere peculiarità per diventare iconica.

A conti fatti, a fronte della sua intraprendenza, il Santo Russo di Scamarcio ha la caratura del brigante da mezza tacca, sveglio e intraprendente ma senza un quid particolare, sembra non avere rabbia o follia da vendere: niente a che vedere con un Libanese/Giuseppucci di Sollima e/o Placido o un Vallanzasca (sempre di Placido).
I suoi rapporti con gli amici, la moglie, l’amante e la famiglia sono malamente abbozzati. Il nome del baffo che mastica cicles, per esempio, non l’ho neppure compreso. Brutto segno.

Il sonoro in presa diretta non mi è sembrato perfetto: confesso di aver faticato a cogliere diversi passaggi dei dialoghi o dei monologhi di Russo (l’accento milanese non è completamente nelle corde di Scamarcio).

Bella la colonna sonora originale, firmata da Emiliano di Meo e Riccardo Sinigallia, che, per l’occasione, recupera anche un misconosciuto brano azzeccatissimo, Malamore di Enzo Carella.

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