Recensione su Lo chiamavano Jeeg Robot

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Impasto tarantiniano / 25 Febbraio 2016 in Lo chiamavano Jeeg Robot

Il film non delude le aspettative: l’impasto tarantiniano di umorismo e violenza è lievitato bene, e lo spettattore ride e sussulta a pochi fotogrammi di distanza. C’è qualche spazio di miglioramento: lo scontro conclusivo all’Olimpico è un po’ convenzionale, malgrado una o due trovate esilaranti e una suspense che comunque non manca. Il finale ha strappato l’applauso alla platea, con quel suo mescolare il momento epico all’ironia, e la citazione di genere all’ambientazione domestica.
Sugli attori: Santamaria è un po’ sprecato – il protagonista avrebbe dovuto decisamente essere un po’ più articolato. Luca Marinelli è uno splendido Zingaro, la vera anima del film, un Joker di borgata che ruba la scena a tutti gli altri; all’attore manca solo un filo appena di disinvoltura in più, il superamento definitivo della pur indispensabile esperienza teatrale, per la consacrazione definitiva. Le note dolenti arrivano con Ilenia Pastorelli, probabilmente non per colpa dell’attrice: il problema, mi sembra, è che è oggettivamente difficile rappresentare una follia che sfuma nella ingenuità, per cui non si sa bene dove comincia l’una e termina l’altra; il risultato è una grossa mancanza di credibilità.

Com’è noto, questo è il primo lungometraggio del regista Gabriele Mainetti, reduce sempre con lo sceneggiatore Guaglianone dallo sfiorato trionfo con il corto Tiger Boy, che aveva mancato di un pelo la nomination all’Oscar nella categoria. Non rimane che aspettare gli autori e il regista a una prova ancora maggiore, magari slegata dall’ambito strettamente romanesco. Non ci sono dubbi che ne siano capaci.

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