Recensione su Little Miss Sunshine

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13 maggio 2011

L’America nel nuovo millennio si è svegliata con le ossa rotte, chiunque la osservi con spirito critico non può che vedere solo un cumulo di macerie. Di fronte allo sfascio dei miti da essa propinati (bellezza, fama, soldi, sesso,… ), c’è chi trova ancora il coraggio di raccontarla con una delicatezza ed una sensibilità quasi commoventi, azzardandone addirittura una via di uscita. E’ il caso di questo piccolo capolavoro, che racconta la grottesca avventura di una famiglia tutt’altro che ideale, dove, ognuno a modo suo è un perdente: chi disilluso già in adolescenza, chi in cerca del successo, chi plagiato da effimeri piaceri fino alla vecchiaia, chi ha speso una vita in nome dello studio e perde tutto per colpa della libido, chi è stata persuasa dai miti televisivi prima ancora di poter sviluppare un proprio pensiero e chi cerca di tenere insieme tutti i frammenti con scarsi risultati. La promessa di successo irrompe in questo disastro: la più piccola è stata selezionata per un concorso nazionale di bellezza. Contro tutti i disagi, i personaggi si ritrovano su uno scalcinato pulmino volkswagen (vi dice niente?) per un viaggio, dove la possibile vittoria della piccina diventa una promessa di rivalsa per tutti. Qui avviene la magia, le disavventure, le sconfitte, le delusioni, in questo contesto, controcorrente rispetto a tutto ciò che ci viene profuso come giusto, o peggio normale, permetterà ad ognuno di capire cosa è realmente importante e di ritrovarsi insieme nel surreale finale. Il tutto è sfumato, leggero, i malesseri sono sussurrati, l’humor funge da anestetico, l’ironia ci aiuta a vedere le ipocrisie e lo sfascio sociale coi giusti occhi. Noi siamo con loro sul pulmino, noi siamo loro, e il loro mutamento dovrebbe essere il nostro.

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