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Recensione su Lincoln

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Almeno non ci sono i vampiri / 2 febbraio 2013 in Lincoln

Per la regia numero trentatré del prolifico Steven Spielberg, grande boss della cinematografia mondiale con quattro premi Oscar sul groppone e la media di due pellicole ogni tre anni, questo film è una notevole biografia iper-patriottica imbastita apposta per fare incetta dei premi dorati a forma di uomo calvo armato. Gli elementi per riuscire (teoricamente) in questa impresa ci sono tutti: un regista di enorme spicco, una vasta e dispendiosa produzione con accurate ricostruzioni d’epoca e la coppia d’assi formata da uno dei migliori attori viventi e dalla sua interpretazione di un personaggio storico conosciuto anche dagli zulù, promotore di un evento epocale. Daniel Day-Lewis (5 nomination agli Oscar compresa questa, di cui 2 vinti) interpreta infatti il sedicesimo presidente americano in modo veramente notevole, con gestualità, espressioni ed eloquio, quest’ultimo purtroppo guastato in sede di doppiaggio dalla voce di Pierfrancesco Favino, non attinente al personaggio (ed è un peccato che un attore come lui non abbia un doppiatore italiano ufficiale); canonico anche il mostrare il volto umano oltre il politico, attraverso il rapporto con la combattiva moglie Mary e il figlio Robert (rispettivamente Sally Field e il lanciatissimo Joseph Gordon-Levitt) e buona scelta degli attori di contorno come David Strathairn e Tommy Lee Jones. Dal punto di vista tecnico presenti i fedelissimi di Spielberg, anch’essi pluripremiati: buona fotografia di Janusz Kaminski (due Oscar vinti), montaggio di Michael Kahn (tre), musiche di John Williams (cinque!) e scenografie di Rick Carter (uno). Tutto oro quello che luccica? Non proprio, le note dolenti ci sono: la prima è che nella sceneggiatura del drammaturgo Tony Kushner (che ritrova Spielberg a sette anni da “Munich”) è presente una enorme mole di personaggi, probabilmente conosciutissimi dagli americani ma che per il pubblico ad est dell’Atlantico possono essere poco individuabili, e in qualche caso si ha l’impressione di avere di fronte un individuo ai fini della trama utile come un cucchiaio bucato; ciò tende a rendere “Lincoln” un film di americani realizzato da americani per gli americani (parafrasando il celebre discorso di Gettysburg), cosa che potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, inoltre bisogna anche considerare l’immancabile retorica del film, utile per ingraziarsi gli spettatori e conferire un alone di santità al protagonista. In conclusione un film buono ma non ottimo, che potrebbe entrare alla premiazione degli Oscar con la delicatezza di un bulldozer ma forse non avere il successo che ci si aspetterebbe sulla carta.

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