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Recensione su Lincoln

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7 febbraio 2013

Quando si racconta un pezzo di storia stranota quello che viene meno è proprio la sorpresa, il coinvolgimento emotivo su un argomento di cui si sa svolgimento e compimento, Spielberg e il suo sceneggiatore tengono altissima l’attenzione e addirittura ricreano il brivido dell’imprevisto. La regia mi ha ricordato certe trovate di Schindler list per come ha rappresentato Lincoln, puntando sulla sua fisicità e la sua presenza nell’inquadratura, ottimo come sempre nelle scene di guerra che qui sono pochissime, ma che restituiscono la materialità della battaglia, la concretezza dell’antiepica che di molto fango, di mani nude, di corpi che spingono gli uni sugli altri è fatta. Ma quello che colpisce è proprio la capacità di ricostruire il rischio attorno all’adozione del tredicesimo emendamento con una serrata scelta di dialoghi (per nulla verbosi) e di stacchi di montaggio che guardano al dentro del parlamento e al fuori degli emissari alla ricerca dei voti con una efficacia maiuscola. Nessuna falsa idea della politica teorica, in questo gli americani sono molto bravi, già ci raccontano i dietro le quinte delle loro campagne elettorali contemporanee con un realismo invidiabile, qui della “tecnica” politica ne fanno pure un postulato attorno a cui dispiegare i problemi de “ il fine che giustifica i mezzi”, del massimalismo contro la scelta dei piccoli passi (tema importantissimo che ha sempre spaccato la sinistra italiana per esempio), dei principi che per affermarsi richiedono morti. Ma soprattutto Spielberg ci racconta tutta la particolarità della politica statunitense che ha sempre giocato fra privato e pubblico, che ha piantato nell’interesse personale grandi scelte sui diritti che noi europei riteniamo universali per complicati sillogismi filosofici. Sia Stevens che Lincoln si muovono spinti da un interesse personale “privato” e questo non diminuisce la caratura delle loro idee, non diminuisce la grandezza della loro battaglia: dall’esperienza della vita hanno tratto insegnamenti universali e i politici americani lo fanno ancora (la legalizzazione dei matrimoni per tutti nello stato di New York ha visto l’interesse trasversale del governatore democratico e del sindaco indipendente/conservatore coincidere partendo dai loro parenti gay coinvolti nella discriminazione in atto). Ottimi gli attori, ma grandissimo Spader, non mi è piaciuta la colonna sonora che ho trovato retorica, bella la fotografia. E’ un film che diventerà a mio parere simbolo delle tematiche sull’uguaglianza perché contiene, nella storicità del caso trattato che è contingente, un respiro universale, emblematico, flessibile a molte letture, adattabile sul piano storico.

Sul doppiaggio: l’ho visto doppiato e devo ammettere che Favino è inascoltabile

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