Recensione su L'illusionista

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30 ottobre 2011

Bello. Poco altro da dire. Un cartone fatto di luci soffuse, colori tenui, a tratti opacizzati, caldi, e tanti, infiniti dettagli di un mondo passato, che nessun digitale avrebbe potuto evocare in maniera così realistica.
Un insieme di bozzetti d’autore, su cui spicca la figura dell’Illusionista, essa stessa retaggio di un tempo andato, passato, sostituito da tv e rock band. Gli artisti di strada, con la loro magia, stanno sparendo e con loro un epoca fatta di piccole cose.
Non è necessario – anzi, sarebbe stato di troppo – il dialogo. Basta guardare, ascoltare i rumori e le sensazioni e le emozioni crescono anche in maniera più forte.
Non si può provare tenerezza per questo Illusionista che si improvvisa meccanico e tentenna dietro le quinte, aspettando di prendere il posto dei Brittons, la rock band del momento.
Un sentito omaggio a Jacques Tati ma anche un modo per dire che non di sola Pixar possono vivee bambini (e gli adulti). Un buon cartone, con buona pace di Steve Jobs, non ha sempre bisogno di una grande effettistica.
Bello. Non c’è altro da dire.

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