Recensione su Lezione ventuno

/ 20087.134 voti

11 Febbraio 2014

Lezione ventuno, la prima opera cinematografica del celeberrimo scrittore nostrano Alessandro Baricco. Difficile, anche se non impossibile, interpretare in modo completo il suo film senza aver letto qualcuno dei suoi saggi o romanzi tra cui City, Castelli di rabbia, Oceano Mare, Seta. Già sceneggiatore del più acclamato “La leggenda del pianista sull’oceano”, diretto da Giuseppe Tornatore, e il silenzioso “Seta”, in mano al semisconosciuto francese Francois Girard, lo scrittore prende in mano le redini firmando qui soggetto, sceneggiatura e regia.

Mondrian Kilroy è un professore universitario famoso per le sue lezioni, in particolare per quella che lui chiamava lezione ventuno. Personaggio assai singolare, si interessò di svariati argomenti anti-convenzionali, e scrisse un saggi riguardo ai falsi capolavori, tra cui Moby Dick di Herman Melville, 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick e la protagonista della storia: la nona sinfonia di Beethoven, L’inno alla Goia.

La narrazione si divide in due intrecciando il contenuto della lezione del professore con il racconto degli studenti che ricostruiscono lo stare in aula e, in particolare per una studentessa, il rapporto umano che intercorreva tra loro. Se la seconda ha il solo scopo di gestire il montaggio e concludere la morale del film, la prima è il vero sviluppo narrativo, e la sua complessità articola i vari livelli di profondità: un uomo approda in un luogo a tratti surreale, non ne è sconvolto, ne fa parte, ma si trova spesso in contrasto con gli individui che popolano il bizzarro scenario. E’ chiaro, su un altro livello di lettura, che costui è Beethoven, non l’uomo, il luogo, nel gelido deserto della vecchiaia, nel periodo che intercorre tra l’ottava e la nona sinfonia. E allora ogni passo acquista poetica baricchiana, che con subdola stravaganza compone un marchingegno sorprendentemente coerente, quasi lineare, e cerca il gusto del racconto in piccole strutture emotive, intime e universali.
Ecco che veniamo catturati dal modo di comporre un personaggio, e di intendere una condizione: emblematici allora tutti i personaggi, varie sfaccettature di una stessa complessa personalità, quella del grande artista, analisi romanzatamente freudiana della psiche umana, divisa, conflittuale. Tra tutti l’anziano a cui reca danno il forte rumore: la sordità-condanna diventa necessità di silenzio.

I personaggi documentaristicamente inseriti completano una lezione a tuttotondo, dalla parte dei “fantasmi” del tempo, gli spettatori, ignari giudicatori di un mito, del tempo del monumentale compositore.
L’uso della colonna sonora è una condizione straordinaria del film, raramente o mai (dal basso della mia piccola esperienza) la musica assume caratteri ritmici, tempistici, enfatici così forti e talmente essenziali da comporre essa stessa il film. Lascio al lettore il piacere di scoprirne le fattezze.
Regia consapevole, attori inglesi, co-produzione italo-britannica, lingua inglese, scenari italiani. Le scelte sottolineano il carattere “emigrante, se non americanizzante” dello scrittore, che talvolta traspaiono dagli stessi romanzi.

Lascia un commento

jfb_p_buttontext