Recensione su Leviathan

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Leviathan / 14 luglio 2015 in Leviathan

Il Leviatano è la terribile creatura marina citata nella Bibbia, in particolare in Giobbe, come simbolo della potenza e della volontà divina.
È anche il titolo di una celebre opera di Thomas Hobbes, in cui il filosofo inglese teorizza la monarchia assoluta come forma di Stato ideale.
In questo film del 2014, che ha trionfato ai Golden Globe nella categoria del miglior film straniero, il titolo fa probabilmente riferimento, estensivamente, ad entrambe le cose: alla forza di un destino famelico e ai gangli di una rete di potere corrotta e senza scrupoli, contro cui è vano provare a lottare.
Leviathan è una pellicola indubbiamente interessante, non solo per le stupende ambientazioni artiche del nord della Russia, nella penisola di Kola, Mar di Barents (che invero costituiscono uno degli aspetti più suggestivi: barche sventrate, uno scheletro di balena che fa anch’esso riferimento al titolo – e che la produzione si è giocata scaltramente in locandina, sollevando, insieme al titolo, la curiosità dei potenziali spettatori).
Il film narra, con un certo coraggio, di una vicenda di corruzione nella Russia moderna: denuncia lo strapotere dei signorotti locali, apparendo quindi rivolto verso gli apparati periferici, anche se quel ritratto di Putin appeso nell’ufficio del sindaco è un’immagine forte e per nulla casuale.
Ce n’è anche per la religione, con la denuncia della interessata collusione tra potere e esponenti della fede ortodossa, oltre ad un invero poco approfondito agnosticismo di uno dei protagonisti (l’avvocato che tenterà, invano, di difendere il proprietario di un’abitazione dall’espropriazione che questi sta subendo arbitrariamente).
Nel mezzo, storie di ordinaria desolazione, di una vita ai confini del mondo, dove predomina l’assuefazione all’alcool. Una vita da cui ciascuno cerca di evadere a modo suo: col tradimento, con la ribellione giovanile.
Emblematica è la scena della gita fuori porta per sparare qualche colpo di fucile (e di kalashnikov). Una sequenza peraltro condotta con un’intensità degna di nota: un’aura di estenuante angoscia avvolge quello che dovrebbe essere un momento di svago tra famiglie e si conclude con il misfatto che porterà all’escalation del finale.
Una fotografia di ottimo livello completa il quadro di un’opera sicuramente importante, almeno nel contesto cinematografico degli ultimi anni.

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