Recensione su Le Nevi del Kilimangiaro

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les pauvres gens, ovvero epopee quotidiane di poveri cristi / 1 febbraio 2013 in Le Nevi del Kilimangiaro

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Un garbato dramma sociale che mette sul tavolo tematiche attualissime, sviluppandole attraverso scorci di vita quotidiana marsigliese. Ho trovato un po’ scadente il finale per un eccessivo trionfo di buoni sentimenti, comunque la solidità generale non ne risente.
L’aspetto che più mi ha colpito è quello relativo alla posizione sociale che diventa chiave di lettura di molti altri aspetti esistenziali, il tutto in un quadro di confronto intergenerazionale: l’anziano militante sindacalista di modesta estrazione sociale ha fatto le sue battaglie, ha degli ideali che – seppure per un momento vacillanti – ne fanno un uomo fondamentalmente solidale, con forti istanze etiche, condivise dalla sua compagna, e conduce ormai una vita da lui stesso definita “piccolo-borghese”, con tanto di nipotini e barbecue domenicali; il giovane operaio da lui denunciato lo contesta per tutti questi motivi in modo palesemente ingiustificato (stiamo parlando di un bravissimo signore, magari fossero tutti come lui), eppure l’intelligente rappresentazione fa sì che il “colpevole” rimanga agli occhi dello spettatore integro e difendibile, perché obiettivamente è un poveraccio. E’ un disoccupato figlio del terzo millennio: se il giovane quanto il vecchio sono vittime dello stesso meccanismo (la perdita dell’impiego) il primo è però privo di ogni possibile “appoggio”. E’ ben rappresentato il senso di desolazione che lo circonda: non la famiglia come riferimento, non il sindacato (che vede come “responsabile” della sua disgrazia), non una qualche moralità a guidarlo (non esita a ricorrere alla violenza e al furto). Tutto ciò per dire che ci ho visto (forse con fantasia) una rappresentazione calzante, al di là della specificità del caso, delle difficoltà delle generazioni giovani a trovare una collocazione propria e dignitosa nel mondo

2 commenti

  1. lithops / 19 febbraio 2013

    Condivido quasi tutto, tranne che il finale sia scadente.
    Penso che per Guédiguian sia l’unico finale possibile. Lui ama i suoi personaggi (che sono una specie di sublimazione della classe operaia, veri eroi che combattono per la sopravvivenza e per il diritto di essere felici, senza rimorsi di coscienza). Se avesse orchestrato un finale diverso (lasciando al loro destino i due fratelli), penso si sarebbe sentito come se avesse tradito degli amici (Marie e Michel,Raoul e Denise), che lo avrebbero tormentato di notte, come i personaggi di “Nebbia” di Miguel de Unamuno (non a caso uno dei libri di riferimento del regista).

  2. cellophane / 19 febbraio 2013

    @bombus è vero, pensandoci ora a mente fredda devo riconoscere che il finale, oltre a essere in qualche modo la giusta “chiusura” della vicenda, ha contribuito a lasciarmi una sensazione di piacevolezza (che poi associo a tutto il film) perché i protagonisti agiscono, coerentemente fino alla fine, in maniera altruista e solidale, come è nelle loro corde. E fin qui niente da dire, si esagera un po’ in sorrisi&felicità (impressione che non riesco a scrollarmi di dosso, avrei preferito una sguardo più obliquo, dolceamaro), ma l’intenzione di aiutare i bambini si colloca in linea con il tenore generale, è vero; a turbarmi credo sia stato più che altro il fatto che si tratti di una situazione (e conclusione) avulsa dalla realtà. Insomma, mi interrogavo sul funzionamento dei servizi sociali a Marsiglia 😀 (un’osservazione che è un calcio a ogni tentativo di poetico idealismo, Guédiguian non me ne voglia)

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