Recensione su Leoni al sole

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L’estate amalfitana di Caprioli / 21 Agosto 2020 in Leoni al sole

Interessante esordio alla regia di Vittorio Caprioli.
Nonostante la sua natura quasi antologica, Leoni al sole non è un film a episodi in senso stretto (e, infatti, non mi sento propensa a considerarlo tale), non appartiene a quel filone cinematografico che, insieme a quella che potrei definire la “promozione cineturistica del Belpaese” (altro sinonimo del boom economico), iniziava allora la propria stagione d’oro nell’alveo del cinema italiano. I personaggi agiscono in quel della bella Positano e vivono avventure indipendenti che, però, si intrecciano le une con le altre con grande senso di continuità, con un ritmo narrativo che rispecchia bene l’andazzo di vacanze lunghe e spensierate come, forse, non se ne fanno più.

La caratterizzazione dei protagonisti è sapida, vivace, e non è affatto banale la rappresentazione del maschio latino avviato verso la mezza età, poco attraente, a prescindere dai dati anagrafici, poco sveglio, a parte rare occasioni in cui aguzza l’ingegno per tornaconto personale, a suo modo simpatico, anche grazie all’agile sceneggiatura e ai verbosissimi dialoghi scritti dallo stesso Caprioli (qui, anche attore, nel ruolo di Giugiù), dall’allora sua moglie Franca Valeri (nel film, è la milanese Giulia) e da Raffaele La Capria.
Grazie a questa buona scrittura, perfino il francese Philippe Leroy (Mimì) è credibile (doppiato) nel ruolo del maschio latino scapestrato e frantumacuori.

La fotografia di Carlo Di Palma, che quello stesso anno (1961) lavorò a per la prima volta a un altro film a colori, Divorzio all’italiana di De Sica, è brillante, satura, vibra degli stessi umori dell’estate amalfitana di Caprioli.

Nota a latere: l’argomento dei giovani maschi italiani senza arte né parte è comune ad altri significativi film girati più o meno nello stesso periodo. Nello specifico, penso a I vitelloni di Fellini (1953) e a I basilischi (1963) di Lina Wertmüller (nell’elenco, non inserisco volutamente I delfini, 1960, di Maselli perché, in questo film, oltre a includere nella definizione anche delle ragazze, si riferisce più propriamente alla onoreficenza nobiliare che all’animale in sé). A latitudini diverse, la materia è sempre la stessa. Ed è curioso come, per riferirsi a questo tipo di soggetto, gli autori abbiano scelto sempre dei riferimenti faunistici. In particolare, la scelta di Caprioli del termine leoni si esplica in maniera pertinente (e buffa) in una scena in cui il gruppo di amici langue sugli scogli e, subito dopo, grazie al richiamo di un topless, si getta in acqua all’acciaffo di una turista disinibita. Spalmati sulle rocce, Giugiù e soci non ricordano i leoni della Savana, che è la prima immagine che il titolo del film richiama alla mente, ma panciuti e sonnolenti leoni marini spiaggiati.

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