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Recensione su La sposa promessa

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riempire il vuoto / 9 marzo 2013 in La sposa promessa

Esteticamente aggraziato, lieve come il tulle di un abito nuziale, fresco e roseo come il volto della protagonista, questo film mi ha catapultata in un universo (a me pressoché ignoto) di rigida ortodossia religiosa senza che tuttavia mi venisse trasmesso il minimo senso di oppressione.
O meglio. L’ambientazione prevalentemente interna non è casuale, e i gesti, le parole (dette o taciute), le azioni dei protagonisti sono evidentemente incastrati all’interno di una fittissima trama di dettami non esplicitati ma vivissimi e ben presenti. Si tratta di una ragnatela leggera ed invisibile, che avviluppa la comunità in modo fermo, eppure del tutto naturale. Non si ha il tempo né il modo di stupirsi dell’esoticità di simili costumi, perché lo spettatore è trascinato al loro interno senza presentazioni o formalismi di sorta. Ho riacquistato un sano scettico distacco solo alla fine del film. Che al centro pone quanto di più universale ci possa essere: l’amore.
Sfilano sullo schermo queste figure di donne dedite esclusivamente al matrimonio, alla famiglia, alla religione. E’ evidente che nella loro mente non vi sia spazio per altro: non so se a colpire sia più l’anacronismo di simili usanze, che cozzano duramente con gli schemi mentali “emancipati” del nostro panorama occidentale, o l’invidiabile naturalezza con cui ognuna aderisce alle proprie mansioni senza apparente frustrazione né opposizione, anzi con lievità e serenità, se non gioia. E’ innegabile il fascino esercitato dall’idea di una vita così regolata, quasi già scritta, predestinata: vi è al suo interno un senso di sicurezza, pacificità ed appartenenza che oggi è considerabile pura utopica astrazione.
Ma il nodo focale è: fino a dove siamo plasmati dai dettami esterni, e fino a dove, autonomamente, ciò che proviamo e sentiamo possiamo dire che nasca in noi e da noi?

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