Recensione su Legend

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Romanzo criminale mancato / 6 Marzo 2016 in Legend

(Cinque stelline per un pelo)

Benché gli ingredienti per ottenere un film gradevolmente leggendario (oh oh oh) ci siano tutti (follia, buffa irrazionalità, humour nero, sberle a mano aperta in stile Bud Spencer, guardie e ladri, un contesto storico e sociale glamour come la Londra dei primi anni Sessanta), ritengo che il film diretto da Helgeland si risolva in una sorta di giro a vuoto per via di una sceneggiatura che non inquadra mai i propri obiettivi in maniera definita.
Accidenti, e dire che sto parlando dello stesso sceneggiatore (sempre Helgeland) di “robe” come Mystic River e L.A.Confidential!
Eppure, in Legend stupisce come la narrazione si sfilacci progressivamente cammin facendo, senza colpire mai nel segno e rendendo quantomai evanescente una buona parte del film (la seconda metà, in particolare).

Il rapporto tra i gemelli è privo di approfondimento (quello psicologicamente sano sembra “proteggere” l’altro in una sorta di freudiana repressione del proprio istinto animalesco, odi et amo, “io sono fragile, Reggie!”: ok, e poi?), quello tra Reggie e la fidanzata, pur rappresentato in maniera abbastanza scialba, quasi incolore, predomina sul filone criminale del racconto, che, in prima battuta, sembra essere l’asse portante della vicenda (una coppia di gangster tiene in scacco Scotland Yard e un’intera città), ma che non emerge mai realmente.
Non vediamo se, come e quando i Kray diventano realmente i “padroni di Londra”, i contorni delle loro attività illecite restano costantemente indefiniti e il necessario conflitto con le forze di polizia (rappresentato da quello che viene definito un detective pasticcione) è praticamente inesistente.

Confesso di essere stata ben predisposta al film dal trailer originale che, pur non rivelando troppo della storia (lodi lodi lodi), grazie ad un montaggio azzeccato, prometteva una scoppiettante crime story con tempi e personaggi che sarebbero tanto piaciuti al primo Guy Ritchie (possibile che non abbia mai pensato di mettere mano alla materia?): niente di più lontano dalla realtà.

Escludendo la più che buona prova di due Tom Hardy al prezzo di uno (pluripremiato in diverse occasioni, per questo doppio ruolo), del film di Helgeland non salvo molto altro: mi ha deluso anche la ricostruzione assai posticcia di una swingin’ London particolarmente impersonale, relegata praticamente ad un paio di esageratamente lunghe esibizioni della cantante Duffy in versione Timi Yuro.

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