Recensione su Dio esiste e vive a Bruxelles

/ 20156.8182 voti

Hai un timer nella tasca / 20 dicembre 2015 in Dio esiste e vive a Bruxelles

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Questo film belga (dichiarazione di orgogliosa belgicità subito all’inizio dei titoli) mi è sfuggito come un’anguilla per due settimane, prima di prenderlo. Attraverso la voce off di Ea, figlia di Dio, viene raccontato che quest’ultimo vive in un appartamento a Bruxelles, dove piove spesso ma questa non è che una nota mia di colore (grigio), senza uscite e con un computer anni ‘90 tramite cui governa le sorti del mondo. Più che altro divertendosi a piagare l’umanità, lanciando e inventando su di essa varie sfighe per passatempo, alla stregua delle divinità dell’Olimpo greco. L’umanità stessa è stata creata per passatempo, da questo demiurgo che gira in vestaglia e calzini e ciabatte, si sfascia di birra dall’etichetta rossa come ogni belga che si rispetti e tiene moglie innocua e paurosa. Ea, con l’aiuto del fratello JC, già assurto alle cronache del tempo circa un paio di mila anni fa, fugge all’esterno attraverso la lavatrice, dopo aver mandato agli uomini le date della morte di ognuno via sms (non ricorda un po’ Prometeo col fuoco?) e bloccato il pc paterno. Il suo obiettivo è trovare 6 nuovi apostoli, presi a caso, e scrivere le Tout nouveau testament, che sarebbe anche il titolo originale, espressione bruttamente tradotta in IT come Nuovo nuovo testamento. Dio e moglie sono Benoit Poelvoorde, che ne ha fatta di strada da quando stuprava infermiere in C’est arrivé chez de près vous, e Yolande Moreau, praticamente tutti gli attori belgi famosi (dove hanno messo Bouli Lanners? eh?). Tutto il film è giocato sullo sguardo di Ea, la quale è diversa dai suoi apostoli su un doppio registro, in quanto nella maggior parte dei casi bambina vs adulti ma anche divinità vs umanità, e su tutte queste differenze si può svolgere la vicenda. Gli apostoli hanno storie banali ma con sempre una nota di eccentrismo, ce qui est très belge ed è la cifra stilistica di una cinematografia nazionale più che di questo o quell’autore. Le loro storie sono strampalate e strampalatamente stanno insieme, prendendo derive piuttosto scontate e annacquando l’impianto iniziale, basato su un’idea altrettanto strampalata ma originale e coerente, la situazione famigliare di Dio e la domanda su cosa fare della propria vita una volta che se ne conoscesse la scadenza. Accelerazioni di computer grafica verso il finale tinto di rosa, con rischio di derapata nel temibile effetto Al di là dei sogni, brrr.
Dio esiste e viene delocalizzato in Uzbekistan, ultimo contrappasso nella serie di sfighe che ha inventato e che è piacevole vedere ritorcersigli contro.

2 commenti

  1. Stefania / 7 gennaio 2016

    Mi sono domandata: dopo l’intervento della moglie di Dio, tutto il mondo è gaio e lieto, però perché l’Uzbekistan non lo è? Mi rendo conto che di fronte ad un film in cui la chiave di lettura non è certo la logica tout court una domanda simile stride, ma… in un mondo felice e pacifico, deve comunque esistere una “sacca” di infelicità? Boh?

  2. tragicomix / 11 gennaio 2016

    vorrei dire che i belgi odiano gli uzbeki ma non è vero, soprattutto perché i belgi sono troppo impegnati a odiarsi tra di loro.
    Comunque è il tipo di sceneggiatura dove mi sembra gli autori siano talmente soddisfatti della trovata (quasi mi sembra di vedermeli), cioè la chiusa finale con dio che monta lavatrici, da disinteressarsi del tutto del filo logico. E vabbè, come si diceva, è uno stile, lo fanno spesso! Idee, sghangherate.

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