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Recensione su Il silenzio del mare

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26 gennaio 2013

Film tratto dal romanzo di Paul Vercors che porta lo stesso titolo: un ufficiale tedesco si installa in una casa dove vivono un vecchio e sua nipote. I francesi accettano la presenza dell’ufficiale ma continuano la loro vita “normale” rifiutandosi però di intrattenere qualsiasi tipo di dialogo con lui. Dal canto suo l’ufficiale tedesco sembra volersi scusare della sua presenza in casa e cerca in tutti i modi di iniziare un dialogo parlando di temi alti come l’arte e la letteratura quasi come se la guerra non ci fosse, in effetti lui si sente un artista prima ancora che un soldato e gli piacerebbe che la cultura tedesca e francese si potessero unire. Dopo un viaggio a Parigi però vedrà molte cose in maniera differente. La voce della nipote invece non si sente che nel finale.
Nessuno ha ragione come nessuno ha torto, la storia con tre personaggi è la metafora della Francia di quegli anni in cui non si sapeva cosa era meglio fare se resistere o collaborare ma la guerra non può essere cancellata parlando di altri temi sia pure “alti”. Nel film, ancora più che nel libro, si accenna di altri argomenti molto discussi all’epoca come i campi di sterminio e l’idea dei nazisti di distruggere e non accorpare le diverse culture.
Nonostante non ci sia azione e non ci sia dialogo – quasi sempre si tratta di monologhi o del francese o del tedesco – è un film che riesce a farti pensare, come il romanzo (nonostante alcune variazioni) non vuole dare delle risposte ma vuole invitare alla riflessione.

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