Recensione su Fuoco fatuo

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Volevo tanto essere amato che mi sembra di amare. / 24 Dicembre 2013 in Fuoco fatuo

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

“Avrei voluto accattivarmi la gente, trattenerla, legarla a me, che niente mi si muovesse più attorno. Ma è andato sempre tutto per aria.”
“Ma tu ami la gente fino a questo punto?”
“Volevo tanto essere amato che mi sembra di amare.”

Talvolta capita di imbattersi in dei film che ti riempiono, che riescono a colmare il vuoto. Che ti avvolgono, ti abbracciano, ti sorreggono, ti coccolano. Questo è l’effetto che mi ha fatto “Fuoco Fatuo” di Louis Malle sin dai primi attimi in cui mi sono abbandonato alla sua visione. Un film di una tristezza sconfinata, ma talvolta aiuta rispecchiarsi nella tristezza di un film.
Bastano alcune inquadrature, alcuni primi piani, alcune semplici note di pianoforte e ti sembra che quel film sia sempre stato tuo. Che sia sempre stato dentro di te, anche prima di vederlo… in vita mia mi è successo davvero poche volte, con “Otto e mezzo” di Fellini sicuramente e forse più di recente con “Seul contre tous” di Gaspar Noè…
Si, perché al pari di quelli sopra citati, il film di Louis Malle è un film di una potenza emotiva strabiliante. Certo può non arrivare a tutti, ne sono consapevole, ma qui non faccio recensioni “oggettive” lo sapete bene.

In scena c’è la vita. Nient’altro. La vita di un uomo che non vuol più vivere, non ce la fa più… il giorno successivo, il 23 luglio si suiciderà e non c’è dubbio che lo faccia. Lo sappiamo sin dall’inizio. Il suo girovagare senza meta, il suo incontrare amici per dei fugaci dialoghi, è finalizzato soltanto a trovare una spinta, una giustificazione dell’atto che sta per compiere.
Ed è difficile spiegare come un film, dove la morte è presente sin dalla prima scena, possa descrivere così bene la vita. Non la vita “in toto” è chiaro, ma una vita al capolinea che pur sempre vita è.

Alain Leroy, ex alcolizzato, da 4 mesi ospite in una clinica, è ormai stanco della sua esistenza. Il mondo gli è totalmente estraneo. E c’è una scena in questa ottica che appare esemplare e formidabile: Alain da solo, seduto al tavolino di un bar che si guarda attorno… la gente che passa veloce, la vita che scorre, ad una velocità doppia. Il montaggio frenetico non fa altro che sottolineare questa frattura fra Alain ed il resto del mondo, ormai non più saldabile. (http://www.youtube.com/watch?v=IwSQxlwMzr8)
Un amico prova in tutti i modi a riportarlo sulla presunta “dritta via”, lo invita ad accettare il passare del tempo, la mediocrità. Ma quella mediocrità Alain non l’accetta. Non la vuole. Lui voleva primeggiare. Soldi, belle donne, vita intensa, come un tempo… prima che cominciasse ad affogare nell’alcol tutti i suoi dubbi, le sue paure.
“Ho cominciato ad aspettare le cose, e bevevo, poi un giorno mi sono accorto che avevo passato la vita aspettando. Le donne, i soldi, l’azione. Allora mi sono ubriacato a morte.”

Ma adesso che ha perso pure la dipendenza, non gli è rimasto più niente….soltanto il vuoto, pesante, asfissiante. Fuori dalla clinica, si sente perso. “La vita dell’ammalato è regolata, semplice, ci si sente al sicuro. Non ho molta voglia di tornare alla vita, Parigi mi fa paura.”… Resta soltanto un angoscia perpetua, un timore sconsiderato nei confronti della vita, del futuro, un amarezza incancellabile nei confronti del passato. Guarda quella pistola, la maneggia con cura, è la sua unica speranza rimasta. Non gli rimane altro da fare che preparare la valigia e congedarsi.
In fonod non gli bastano più le belle ragazze che gli passano attorno, non gli bastano gli amici, non gli basta la filosofia, la poesia, non gli bastano i progetti…non gli basta il sole, non gli basta l’amore.

O meglio, l’amore potrebbe bastargli… ma non è mai riuscito ad afferrarlo, non è mai riuscito a goderselo, senza quella distruttiva ansia di essere all’altezza delle donne amate, di soddisfarle…
Cosa resta ad Alain?
perché soffrire? Perché continuare a lottare quando si è già lottato a lungo e siamo ormai stanchi?

In tutto questo, la meraviglia è che il regista riesce a parlare di suicidio senza essere minimamente giudicante, senza morale ed allo stesso tempo senza voler per forza commuovere, dosando alla perfezione le luci, le parole, le musiche.
Senza mai difendere o condannare Alain. Anche perché in fondo cosa c’è da difendere o condannare?

Ciao Vita, è ora di andare. Dorothy mi dimenticherà presto.

*splendida colonna sonora di Erik Satie.

“Non, Vita, perché tu sei nella notte
la rapida fiammata, e non per questi
aspetti della terra e il cielo in cui
la mia tristezza orribile si placa:
ma, Vita, per le tue rose le quali
o non sono sbocciate ancora o già
disfannosi, pel tuo Desiderio
che lascia come al bimbo della favola
nella man ratta solo delle mosche,
per l’odio che portiamo ognuno al noi
del giorno prima, per l’indifferenza
di tutto ai nostri sogni più divini,
pel non potere vivere che l’attimo
al modo della pecora che bruca
pel mondo questo e quello cespo d’erba,
e ad esso si interessa unicamente,
pel rimorso che sta in fondo ad ogni
vita, d’averla inutilmente spesa,
come la feccia in fondo del bicchiere,
per la felicità grande di piangere,
per la tristezza eterna dell’Amore,
pel non sapere e l’infinito buio…
Per tutto questo amaro t’amo, Vita.”
–Camillo Sbarbaro
dal blog: http://frammenticinemavittoriomorelli.blogspot.it/

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