Recensione su Le avventure del Barone di Munchausen

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Fantasia al potere / 13 marzo 2017 in Le avventure del Barone di Munchausen

(Sette stelline e mezza)

Sconclusionata ma divertente, la rappresentazione delle avventure del Barone di Munchausen fatta da Terry Gilliam è una vera gioia per gli occhi: l’uso ipertrofico di qualsiasi possibile effetto speciale tradizionale, realizzato, cioè, senza l’ausilio della computer graphic (all’epoca, decisamente di là da venire), è il vero punto di forza del film, che, coniugandosi con la ricchezza delle storie del Barone, dimostra quanto e come la creatività sia potenzialmente capace di stregare il pubblico.
Purtroppo, in occasione della sua distribuzione nei cinema, come spesso accade per i film di Gilliam, il film si risolse in un flop economico: costato più di 45 milioni di dollari, non ne incassò neppure 10. Alla luce di molti risultati simili, come Gilliam riesca ancora ad aver credito presso le case di produzione resta un (parziale) mistero: anche Brazil e Paura e delirio… hanno avuto sorte simile, per diventare dei cult a posteriori.

Nel bailamme narrativo e visivo enfatizzato da un montaggio avventuroso, in cui prevale l’incapacità dei personaggi e del pubblico di discernere la realtà dalla rutilante fantasia, le scenografie di Ferretti e i costumi della Pescucci spiccano per inventiva e ricchezza, a metà strada tra la rappresentazione filologicamente credibile e l’invenzione a briglia sciolta.
Le avventure… è tra le poche produzioni realizzate a Cinecittà nell’ultimo trentennio che ricorda davvero i grandi kolossal realizzati durante i tempi d’oro degli studi romani: la qualità della sua fattura “artigianale” fa stringere il cuore, se si pensa alle potenzialità che la manovalanza locale è stata in grado di fornire anche in questa occasione.
A proposito di eccellenze nazionali, la locandina italiana realizzata da uno dei maestri di questa forma di illustrazione, Renato Casaro, è una sintesi riuscitissima dello spirito del film: il Barone si inchina e si leva il cappello. La colorata scia che segue il gesto, come se si trattasse del copricapo di un mago che squaderna le sue illusioni a beneficio degli astanti, è punteggiata dall’immagine dei personaggi che si susseguono nel racconto. Il cappello, si sa, copre la testa di chi lo porta: il fatto che il Barone se lo levi, corrisponde a una “rivelazione” delle avventure, vere o fittizie, contenute nella sua mente, siano esse conservate nella sua memoria o generate dalla sua fantasia.
Il mondo moderno, i Lumi e il razionalismo hanno sancito la fine della fantasia, hanno cancellato la forza creativa dell’irrazionalità più spinta che animava la tradizione orale e letteraria europea dei secoli precedenti: Munchausen vuole morire, come una fatina di J.M. Barrie, poiché nessuno crede più in lui e nella forza dirompente delle sue storie. Il cinema di Gilliam, e questo film ne è uno dei migliori esempi, fa altrettanto: ci ricorda che annichilire la fantasia è un delitto e che l’atto immaginifico è in grado di stimolare mente (l’atto creativo), corpo (la manipolazione della materia per ottenere la corretta rappresentazione dell’idea) e anima (l’emozione provata nel produrla e nell’assistervi).

Curiosità: il nome di Robin Williams (il re della Luna) non compare mai nei titoli del film, né in quelli di testa, né in quelli di coda.

1 commento

  1. paolodelventosoest / 25 settembre 2018

    E’ vero! Robin Williams non è nei credits del film, o meglio figura come Ray D. Tutto. Insieme a “Marty Fromage” e “Jack Cheese”, sono i suoi “nomi da cameo” riciclati dagli pseudonimi che utilizzava nelle sue stand up comedies.

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