Recensione su Vertigine

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Illusione / 1 marzo 2011 in Vertigine

Valdo/Webb è impotente, un dandy coltissimo, esteta, intellettualmente superiore, ma impotente. La sua fascinazione per Laura è folle e totale: le consente di avere amanti che possano soddisfare la sua sessualità, ma non le permette di avere un interesse, un amore per alcuno di questi maschi, qualcosa di spirutuale che in effetti poi lo potrebbe escludere dalla vita di lei, la possiede, o meglio vorrebbe possederla, in maniera diversa, ma non meno totalizzante.
E’ pur vero che il tema per il 1944 è spinoso, non solo si vedono un uomo mantenuto (V. Price giovanissimo) molle e debole; un uomo maschio e sensuale (il detective McPherson), ma sicuramente intellettualmente attratto da Valdo (e ammetto che la tensione fra i due sia particolare, ma diciamo che sono due metà di un uomo unico); un individuo impotente.
Vertigine è un film fuori da ogni convenzione, 1944 c’ è una donna al centro di tutto (ma forse no), una donna che lavora, che fa sesso fuori dal matrimonio e in maniera molto disinvolta relegando l’uomo quasi ad oggetto, che la sua emancipazione se l’è fatta attraverso il lavoro ed è la ricetta che poi suggerisce a Price.
E’ il primo film in cui è un morto che racconta (prima di Sunset boulevard), in cui l’inizio è folgorante con quella straordinaria carralleta in cui sonno, sogno e immaginazione confondono le acque: Laura appare ben oltre la metà del film, ma viene evocata dai racconti di Valdo e dalla imponenza del ritratto in maniera decisamente diversa da come è poi in realtà.
Eppure tra oggettività e percezione c’è sempre una enorme differenza: Laura sembra essere una donna mantide, che ammalia chiunque (e la cameriera? c’è del morboso nel suo rapporto con la padrona) e non per nulla si uccide il suo doppio, si uccide l’idea di lei. Ma alla fine la sua normalità, seppur decisamente sensuale, ne sconfigge il ricordo.
Il tempo non è mai ben preciso, ma tutto il film si ancora all’immagine di un orologio che appunto regola il tempo, un orologio anch’esso doppio.
Molto bello il tema portante, lo scambio di prospettiva narrante fra Valdo e McPherson all’uscita dal ristorante, il ritorno di Laura dopo che Mc Pherson è scivolato nel sonno irretito dal ritratto, la scena finale con Valdo che parla alla radio declamando Dannunzio mentre cerca di cancellare violentemente l’oggetto del suo desiderio inappagabile. Ecco è un film sui desideri e sulle pulsioni inappagate., ma di tutti.
Sulla caratterizzaizone di Laura: è una donna fuori dal suo tempo, ma il film si basa sulla nostalgica rievocazione di un uomo adorante (che l’adora proprio perchè morta, Laura cerca uomini mediocri, e Valdo continua a credere che non sia lei in fondo mediocre, ma che sia il sesso a deviarla, quel richiamo istintuale che lui non ha), e sulla seduzione per interposta persona nei confronti di un altro (senza contare i personaggi di contorno che comunque l’ammirano oltre ogni cosa)…..una volta tornata dalle nebbie del sogno di McPherson, come avrebbe potuto essere all’altezza della prosa di Valdo? E poi, non sta qui anche lo scarto fra realtà e immaginazione, fra percezione e oggettività, fra verità e illusione?
Credo che Preminger abbia scelto il sogno, sì, o meglio sceglie di sottolineare l’impossibilità della realtà e quindi la persistenza del sogno, ineliminabile.

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