Recensione su Arca russa

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Magistrale e imperfetto / 9 Maggio 2012 in Arca russa

E’ impossibile giudicare questo lungometraggio indipendentemente dalla scelta, al limite dell’impensabile, di girarlo tutto in soggettiva, con un unico piano-sequenza. Questa soluzione tecnica così complessa diventa il collante per i differenti piani spaziali e temporali della narrazione. Veniamo così catapultati in una visita virtuale, metafisica e dantesca, attraverso le sale del Palazzo, che acquista la forza di un museo “vivo”.
Nonostante questa precisa intenzionalità costruttiva e stilistica Sokurov aggira i pericoli che ne potevano conseguire. Si potevano temere infatti eccessi di teatralizzazione delle scene, movimenti di camera contenuti, una recitazione naturalistica come se si stesse facendo una lunga ripresa amatoriale di vita reale. Lo stesso Hitchcock in “Nodo alla gola”, dove però la sequenza unica non era effettiva ma simulata attraverso il montaggio, era rimasto prigioniero di questi limiti.
Rimangono quindi pienamente realizzati due caratteri imprescindibili della settima arte, il movimento dell’immagine e la finzione. Qui si riafferma con forza la componente magica, illusionistica, del cinema. Penso ad esempio alla successione di scene con diverse condizioni climatiche e luminose.
Data la follia dell’operazione non possono non passare in secondo piano i difetti del film: la visione nostalgica di un periodo sontuoso della storia russa, gli eccessi didascalici e virtuosistici che diventano accademia, la pretestuosità di alcune scelte, in primis quella del viandante invisibile e dell’accompagnatore novello Virgilio, gli errori di sincronismo e le pause forzate per rimediare ad essi.
Un plauso, infine, per gli attori che recitano e si muovono lasciandosi sfiorare dall’operatore senza (quasi mai) denunciarne la presenza. Solo l’eccezionale preparazione e l’abitudine al teatro hanno consentito loro di poter recitare in maniera ininterrotta e senza ciak plurimi. La scommessa sembrerebbe dunque pienamente vinta, se non fosse per alcune presenze improbabili all’interno del campo visivo, nella parte iniziale del film. L’eccesso di vanità fa spesso cadere nel ridicolo.

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