Recensione su Arca russa

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L’Arca di Sokurov / 20 ottobre 2014 in Arca russa

“Arca russa” (2002) di Aleksandr Sokurov parte da uno spunto surreale: un uomo della nostra epoca, di cui non vediamo il volto né conosciamo il nome ma di cui sentiamo la voce, senza sapere bene perché, si ritrova catapultato nel 1800 davanti all’ingresso dell’Ermitage di San Pietroburgo. Come sia giunto lì e come abbia fatto a finire in quel periodo storico, non si sa. Il suo arrivo in quel posto rimane un enigma tanto per lui quanto per noi. Dopo un attimo di smarrimento, l’anonimo viandante decide di entrare nel museo, ma nessuno dei presenti sembra accorgersi della sua presenza, come se lui fosse un fantasma, tranne un diplomatico dell’800, il marchese Astolphe de Custine (interpretato da Sergej Drejden), con cui il misterioso protagonista percorre le stanze dell’Ermitage. La loro passeggiata all’interno dell’immenso e maestoso edificio è ripresa tutta in soggettiva (il punto di vista è quello dell’uomo sconosciuto e invisibile agli altri) e attraverso un unico e virtuosistico piano sequenza lungo novantasei minuti, con la macchina da presa che penetra nelle sale e nei corridoi dell’Ermitage per mostrarci le inestimabili meraviglie ivi contenute.
Più che un film, “Arca russa” è un sogno ad occhi aperti, reso possibile dall’utilizzo di una videocamera digitale della Sony, che consente al regista di riprendere tutto quello che accade davanti all’obiettivo in tempo reale, facendo così a meno del montaggio. Sokurov (anche sceneggiatore con Anatoli Nikiforov, Boris Khaimsky e Svetlana Proskurina) firma un’opera seducente e sinuosa, sfuggente e mirabolante, che lascia stupiti e incantati e che dimostra a coloro che guardano tale meraviglia con occhi pieni di ammirazione che niente è impossibile. L’autore dello straziante “Madre e figlio” (1997) prende per mano lo spettatore e lo conduce in un viaggio affascinante e sbalorditivo, magico e intrigante, senza confini né barriere durante il quale il tempo si annulla, con il passato e il presente che si mescolano fino a fondersi in un tutt’uno, dando così l’idea che nella vita esista soltanto un eterno qui e ora che si protrae all’infinito.
Un flusso narrativo continuo e ininterrotto, un tour de force visivo, un’immersione totale nella Storia della Russia, personaggi di epoche diverse che appaiono e scompaiono (Caterina II, Pietro il Grande, Nicola I e Nicola II), immagini di una bellezza rapinosa, piani temporali che si intersecano vorticosamente. Un film prodigioso, concepito da una mente ambiziosa e di livello superiore, tecnicamente arduo ma messo in scena in maniera ineccepibile e mirabile, con cui Sokurov concretizza un vecchio sogno di Alfred Hitckcock: quello di girare un intero film senza stacchi. Il maestro del brivido ci aveva provato con “Nodo alla gola” (1948), una pellicola filmata mediante una serie di piani sequenza realizzati in un modo talmente efficace da dare l’impressione che si trattasse di un’unica ripresa. Sokurov si è spinto oltre a quell’ottimo e audace esperimento tentato da Hitckcock, e così facendo è riuscito in un’impresa di portata epocale.
“Arca russa” a tratti può tediare e, addirittura, irritare (i detrattori potrebbero definirlo un esercizio di stile fine a se stesso), ma se vi lasciate coinvolgere, se vi abbandonate completamente alla visione e se mettete da parte gli assurdi pregiudizi che accompagnano i cosiddetti “film d’autore” (ossia che sono di una noia mortale), vi troverete a vivere un’esperienza cinematografica eccezionale e appagante. Visivamente sontuoso (la splendida fotografia è di Tilman Büttner, gli impeccabili costumi di Tamara Seferyan, Lidiya Kryukova e Maria Grishanova) e magistralmente girato da un gigante della Settima Arte che non ha paura delle sfide, “Arca russa” è un’opera strabiliante che allarga gli orizzonti del cinema e che rappresenta un imprescindibile punto di riferimento per chiunque volesse provare a fare qualcosa di simile. Geniale e indimenticabile la sequenza finale, che da sola vale decine di film e che dimostra quanto sia grande il talento registico di Sokurov.

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