11 Recensioni su

Arca russa

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Ambizioso / 24 Aprile 2020 in Arca russa

Progetto ambizioso quello di Aleksandr Sokurov nel girare un lungo piano sequenza di 96 minuti, giostrando magistralmente un gran numero di comparse all’interno del palazzo dell’Ermitage di San Pietroburgo. Spettacolare e d’effetto soprattutto verso la fine, nella grande sala da ballo dove il regista si destreggia tra una serie di danzatori e danzatrici senza passi falsi.
Tuttavia considerato il progetto ambizioso, il film-documentario risulta essere pesante e a tratti noioso, forse perché prolisso nella sua retorica dove un non appassionato di storia russa potrebbe facilmente perdersi e di conseguenza distrarsi.
Le scenografie e i costumi sono qualcosa di veramente meraviglioso e indescrivibile, la fotografia impeccabile, la scena delle piccole Romanov che corrono ridendo e scherzando è pura poesia, così come la scena del pranzo dei Romanov. Avrei forse voluto più recitazione e meno retorica, perché c’era tutto ciò che serviva per far uscire fuori un kolossal russo.

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Snoburov / 22 Ottobre 2015 in Arca russa

Noia e delusione. Soprattutto noia.
Questo unico piano-sequenza mi sa di vacuo esercizio di stile (fatto per dire: “sono l’unico ad averlo fatto”), questa ambientazione all’Ermitage odora di commissione (niente di male in sè, ma la commissione funziona con i documentari, tipo i dvd da gift-shop, col cinema decisamente meno), e poi la “guida” Sergej Dontsov è di un’antipatia e di uno snobismo unici. Gli attori si muovono come un corpo di ballo del Marinskij (o sono il corpo di ballo del Marinskij? dalla rete non sono riuscito a carpire questa informazione) e pure questo sa di “prestito” al cinema. Amo la finzione, molto meno il posticcio.

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Un miracolo o una sfida? / 8 Settembre 2015 in Arca russa

Una gita all’Ermitage di San Pietroburgo in costumi sontuosi e riflessioni esistenziali come nessuna guida turistica potrà mai regalarvi. Un miracolo del cinema compiuto grazie al meccanismo coreografico di costumi e comparse, dall’intuizione narrativa della soggettiva di un personaggio invisibile, e dalla sfida cinematografica del pianosequenza integrale, il tutto inserito nella scenografia gratuita e irripetibile di uno dei musei più ricchi e uno dei palazzi più belli del mondo. Una visione che ha una natura non cinematografica, ma teatrale, poetica, saggistica, artigianale e persino promozionale, eppure trova nel linguaggio cinematografico l’unico strumento possibile perchè questa visione esploda in tutto il suo potenziale.
Irripetibile, avremmo detto fino a qualche settimana fa. Ma adesso Sokurov ci ha riprovato al Louvre con Francofonia, e alla faccia dell’irripetibilità, pare ci sia riuscito di nuovo.

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L’Arca di Sokurov / 20 Ottobre 2014 in Arca russa

“Arca russa” (2002) di Aleksandr Sokurov parte da uno spunto surreale: un uomo della nostra epoca, di cui non vediamo il volto né conosciamo il nome ma di cui sentiamo la voce, senza sapere bene perché, si ritrova catapultato nel 1800 davanti all’ingresso dell’Ermitage di San Pietroburgo. Come sia giunto lì e come abbia fatto a finire in quel periodo storico, non si sa. Il suo arrivo in quel posto rimane un enigma tanto per lui quanto per noi. Dopo un attimo di smarrimento, l’anonimo viandante decide di entrare nel museo, ma nessuno dei presenti sembra accorgersi della sua presenza, come se lui fosse un fantasma, tranne un diplomatico dell’800, il marchese Astolphe de Custine (interpretato da Sergej Drejden), con cui il misterioso protagonista percorre le stanze dell’Ermitage. La loro passeggiata all’interno dell’immenso e maestoso edificio è ripresa tutta in soggettiva (il punto di vista è quello dell’uomo sconosciuto e invisibile agli altri) e attraverso un unico e virtuosistico piano sequenza lungo novantasei minuti, con la macchina da presa che penetra nelle sale e nei corridoi dell’Ermitage per mostrarci le inestimabili meraviglie ivi contenute.
Più che un film, “Arca russa” è un sogno ad occhi aperti, reso possibile dall’utilizzo di una videocamera digitale della Sony, che consente al regista di riprendere tutto quello che accade davanti all’obiettivo in tempo reale, facendo così a meno del montaggio. Sokurov (anche sceneggiatore con Anatoli Nikiforov, Boris Khaimsky e Svetlana Proskurina) firma un’opera seducente e sinuosa, sfuggente e mirabolante, che lascia stupiti e incantati e che dimostra a coloro che guardano tale meraviglia con occhi pieni di ammirazione che niente è impossibile. L’autore dello straziante “Madre e figlio” (1997) prende per mano lo spettatore e lo conduce in un viaggio affascinante e sbalorditivo, magico e intrigante, senza confini né barriere durante il quale il tempo si annulla, con il passato e il presente che si mescolano fino a fondersi in un tutt’uno, dando così l’idea che nella vita esista soltanto un eterno qui e ora che si protrae all’infinito.
Un flusso narrativo continuo e ininterrotto, un tour de force visivo, un’immersione totale nella Storia della Russia, personaggi di epoche diverse che appaiono e scompaiono (Caterina II, Pietro il Grande, Nicola I e Nicola II), immagini di una bellezza rapinosa, piani temporali che si intersecano vorticosamente. Un film prodigioso, concepito da una mente ambiziosa e di livello superiore, tecnicamente arduo ma messo in scena in maniera ineccepibile e mirabile, con cui Sokurov concretizza un vecchio sogno di Alfred Hitckcock: quello di girare un intero film senza stacchi. Il maestro del brivido ci aveva provato con “Nodo alla gola” (1948), una pellicola filmata mediante una serie di piani sequenza realizzati in un modo talmente efficace da dare l’impressione che si trattasse di un’unica ripresa. Sokurov si è spinto oltre a quell’ottimo e audace esperimento tentato da Hitckcock, e così facendo è riuscito in un’impresa di portata epocale.
“Arca russa” a tratti può tediare e, addirittura, irritare (i detrattori potrebbero definirlo un esercizio di stile fine a se stesso), ma se vi lasciate coinvolgere, se vi abbandonate completamente alla visione e se mettete da parte gli assurdi pregiudizi che accompagnano i cosiddetti “film d’autore” (ossia che sono di una noia mortale), vi troverete a vivere un’esperienza cinematografica eccezionale e appagante. Visivamente sontuoso (la splendida fotografia è di Tilman Büttner, gli impeccabili costumi di Tamara Seferyan, Lidiya Kryukova e Maria Grishanova) e magistralmente girato da un gigante della Settima Arte che non ha paura delle sfide, “Arca russa” è un’opera strabiliante che allarga gli orizzonti del cinema e che rappresenta un imprescindibile punto di riferimento per chiunque volesse provare a fare qualcosa di simile. Geniale e indimenticabile la sequenza finale, che da sola vale decine di film e che dimostra quanto sia grande il talento registico di Sokurov.

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Piano-sequenza di 96 minuti… Incredibile / 26 Giugno 2014 in Arca russa

Aleksandr Sokurov realizza un film unico nel suo genere.
Un unico piano-sequenza di 96 minuti in cui il regista, posto dietro la cinepresa, passeggia nelle stanze del Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo. Nel suo cammino incontra un diplomatico francese che lo accompagnerà, non sempre però, per tutte le stanze. La particolarità sta nel fatto che vengono catapultati nel passato e ripercorrono la storia della Russa dallo Zar ai tempi nostri senza una sequenza storia lineare.
E’ un film molto particolare, a volte lento, ma talmente ricco che non si riesce a non volerlo vedere tutto.
Affascinante ma anche difficile nell’interpretazione di alcune scene. Non nego che dopo averlo visto mi sono documentato e ho cercato di leggere ricensioni e non solo al riguardo.
Unico nel suo genre lo consiglio anche se, ripeto, non certo un film facile.
Ad maiora!

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19 Settembre 2013 in Arca russa

Il concetto della vita accompagnata dallo scorrere del tempo amplificato e reso un lungometraggio attraverso un curato ed emozionante piano sequenza.
Credo di non essermi mai imbattuta, prima d’ora, in una scelta stilistica di questo genere -che, come al solito, presenta pro e contro : ci si catapulta nella vicenda da protagonisti come se la parte del regista fosse, effettivamente , la nostra -accompagnati da un Virgilio di tutto punto.
Attorno a chi si occupa delle riprese, all’Ermitage, si susseguono una serie di personaggi ed eventi (tutti riguardanti la storia dell’Impero Russo) e, noi, possiamo tirare le fila della *storia* districandoci in essa grazie a riferimenti ed opere d’arte contenuti in stanze sempre diverse.
Infatti, la vera ed unica linea di separazione è il passaggio da un salone all’altro -in quella che pare essere una lunga visita virtuale all’interno del palazzo d’inverno (non solo nello spazio ma anche nel tempo).
Per quanto apparentemente semplice, il compito del regista è qui più rilevante che in altre pellicole di diverso genere -in quanto decide di scendere in campo e mettersi in gioco.
Dedicherei una nota positiva, inoltre, ad ogni comparsa perché tra costumi ed immensa naturalezza hanno reso la recitazione quasi “inesistente” -come se stessero, semplicemente, mostrando sé stessi e non un personaggio.
Solo con la sparizione del nostro accompagnatore occidentale , ci renderemo conto di essere ormai ad un passo dal ritorno alla realtà.
“Signore? Signore? Peccato che lei non sia qui con me. Lei avrebbe capito ogni cosa. Guardi, c’è il mare tutt’intorno,dovremo navigare per sempre e vivere, per sempre.

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1 Luglio 2013 in Arca russa

E’ un film unico nel suo genere perchè composto di una sola lunghissima sequenza. Artisticamente è elegante e girato con grande grazia. Sokourov da prova della sua ricercata maestria registica nel muoversi lungo i corridoi dell’Hermitage e della sua arguzia come sceneggiatore, quando utilizza questo espediente per spostarsi attraverso i canali del tempo e della storia e per ripercorrere le tappe salienti della storia dell’impero russo.
Nel suo viaggio immaginario è accompagnato da un funzionario francese ed il confronto tra i due appare molto riuscito.
Fotografia e scenografia sono molto curate.
Un grande, grandissimo Sokourov.

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La commedia umana (e la farsa del popcorn) / 30 Giugno 2013 in Arca russa

Il geografo David Seamon ha coniato il concetto di “space ballet”, secondo cui le persone, attraverso i loro gesti quotidiani, imparano a conoscere i luoghi con i loro corpi, dando ad essi un ordine mentale e caricandoli di significati personali o collettivi. Ma in un bel film, “The year my voice broke”, si dice anche che i luoghi hanno la facoltà di assorbire l’energia delle persone che li hanno vissuti, immagazzinandola come dei serbatoi di emozioni e di ricordi.
Tempo e spazio appaiono dunque come quello che sono, ovvero due modi di definire la stessa cosa, la melassa in cui ci muoviamo e che non potremmo mai immaginare scissa in due tronconi ben separati.
Tutto questo è manifesto in Arca Russa, dove il regista, un Dante incorporeo accompagnato dal suo Virgilio francese, guida lo spettatore attraverso i secoli della storia russa, evocandola dalle pareti dell’Ermitage in un unico piano sequenza di un’ora e mezza circa. Ecco allora che la commedia umana prende vita, ognuno recita la sua parte in quanto attore di se stesso e allo stesso tempo personaggio storico. Ci accomuna il fatto di essere tutti sulla stessa barca della storia, ma ognuno è gettato nel suo tempo e si sceglie/è scelto (dal)la maschera che impersona.
C’è il tiranno, uomo mediocre come fu Nicola II, che cerca di costruirsi un’autorevolezza che non possiede, decidendo, da padre severo, chi delle figlie dev’essere punito e chi no, mandando i cosacchi a sparare sui facinorosi che reclamano i loro diritti, o circondandosi di frivole ed effimere presenze, cortigiani imbellettati che transitano sul palcoscenico del mondo, giusto il tempo per un giro di valzer, prima di essere inghiottiti dall’anonimato.
Sokurov si ferma qui, alla fine del secolo lungo e alle porte di quello corto, prima che la Rivoluzione stravolga tutto. Si ferma con una certa nostalgia per quell’Europa e quella Russia che sapevano godersi la vita con eleganza, un’eleganza che però apparteneva a una classe parassitaria che l’aveva costruita a baluardo della propria egemonia. Ma sull’ultima nota di valzer già si sente fischiare il vento e il battere sul portone di chi in quel palazzo, fino ad allora, non ha mai potuto metter piede. La festa, signori miei, è finita: al tiranno sta per cadere la testa.

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4 Maggio 2013 in Arca russa

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

In principio ci sono giovani ufficiali e dame che entrano da un ingresso secondario. Li segue, per poi abbandonarli, lo sguardo in soggettiva del narratore, con la sua voce off, e a lui si affianca un personaggio nobile, europeo e spettinato. Ah, e con dei tacchi che Geri Halliwell e Berlosconi si contenderebbero volentieri. Questa bizzarramente assortita coppia si appresta a percorrere stanze e stanze dell’Hermitage, il museo all’interno del Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo. Ma magari fosse solo così. Perché il percorso diviene una rassegna di persone/aggi della Russia dell’altroieri e di oggi, e l’unità temporale esplode e non c’è alcun ordine cronologico nella sequenza di situazioni che i due incrociano, man mano che una stanza leva e l’altra metti. Con questi Zar, dame, Zarine, ambasciatori, Zaroni e fiocchi di neve, talora i due parlano, altre volte passano inaperçus (che è una molto bella parola, e le poche volte che capita l’occasione la si butta sempre lì volentieri). Nemmeno il ruolo di guida è ben chiaro, in quanto si alternano l’uno con l’altro nello spiegarsi a vicenda ciò a cui stanno assistendo. La loro odissea nei secoli della storia si conclude con un grandioso ballo a palazzo, con pizzi e musica e soldatini gallonati, che segna la chiusura di un’epoca. E la voce se ne va, lasciando l’europeo, triste per il passare del tempo, che ha scelto di restare in mezzo a quella magnificenza, come se potesse così renderla senza fine. Non bisogna essere Gasparri per non capire (ritiro, si capisce) che la voce è Sokurov stesso, che l’europeo, così dandy e insopportabile, è l’Europa, e che tutto il resto è la RUSSIA, tutto maiuscolo. Come all’inizio un ingresso, nel finale c’è un’uscita secondaria, che scarica la folla su di un mare nero, e l’arca russa è, sarebbe, sarà appunto l’Hermitage, questo vascello che solca le onde del tempo con al suo interno l’insieme di memorie storiche/artistiche/culturali che hanno fondato la Russia. Sokurov canta il suo amore smodato per la patria (che già son poco nazionalisti di loro i russi, sìsì), e lo fa con questo film difficile e splendido, scegliendo di girare tutto con una steadicam in un unico e sbalorditivo piano sequenza di 96 minuti – scena girata, secondo wiki, il 23 dicembre 2001, al terzo tentativo. Già questo probabilmente basterebbe per farne qualcosa di imperdibile, 33 sono le stanze dell’Hermitage attraverso cui si muove la camera, circa duemila gli attori e comparse varie che fluttuano e danzano e fuggono intorno ad essa, in un virtuosismo organizzativo e registico la cui composizione, proprio nel senso di mettere insieme i pezzi, è difficile anche solo da immaginare, figurati. Il virtuosismo non è fine a se stesso, in quanto permette quel passaggio del film nell’ambito della fantasmagoria, ritorno del cinema alla reverie propria del cinema delle origini, quando lo stupore rendeva lo schermo dei cinema più un sogno ipnotico che non un lenzuolo appeso in una stanza buia.
Ciò detto tra l’affastellarsi di metafore, su vita/morte/tutto/ecc, non si sfugge dalla trappola del rimpianto di una, di tante epoche così tanto meglio, dove tutto scintillava e vivere era una danza continua in un immenso salone illuminato da fiammelle danzanti a suono d’orchestra. Ed è un discorso che potrebbe fare mia nonna, e tua nonna, e invero tutti i nonni.

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Magistrale e imperfetto / 9 Maggio 2012 in Arca russa

E’ impossibile giudicare questo lungometraggio indipendentemente dalla scelta, al limite dell’impensabile, di girarlo tutto in soggettiva, con un unico piano-sequenza. Questa soluzione tecnica così complessa diventa il collante per i differenti piani spaziali e temporali della narrazione. Veniamo così catapultati in una visita virtuale, metafisica e dantesca, attraverso le sale del Palazzo, che acquista la forza di un museo “vivo”.
Nonostante questa precisa intenzionalità costruttiva e stilistica Sokurov aggira i pericoli che ne potevano conseguire. Si potevano temere infatti eccessi di teatralizzazione delle scene, movimenti di camera contenuti, una recitazione naturalistica come se si stesse facendo una lunga ripresa amatoriale di vita reale. Lo stesso Hitchcock in “Nodo alla gola”, dove però la sequenza unica non era effettiva ma simulata attraverso il montaggio, era rimasto prigioniero di questi limiti.
Rimangono quindi pienamente realizzati due caratteri imprescindibili della settima arte, il movimento dell’immagine e la finzione. Qui si riafferma con forza la componente magica, illusionistica, del cinema. Penso ad esempio alla successione di scene con diverse condizioni climatiche e luminose.
Data la follia dell’operazione non possono non passare in secondo piano i difetti del film: la visione nostalgica di un periodo sontuoso della storia russa, gli eccessi didascalici e virtuosistici che diventano accademia, la pretestuosità di alcune scelte, in primis quella del viandante invisibile e dell’accompagnatore novello Virgilio, gli errori di sincronismo e le pause forzate per rimediare ad essi.
Un plauso, infine, per gli attori che recitano e si muovono lasciandosi sfiorare dall’operatore senza (quasi mai) denunciarne la presenza. Solo l’eccezionale preparazione e l’abitudine al teatro hanno consentito loro di poter recitare in maniera ininterrotta e senza ciak plurimi. La scommessa sembrerebbe dunque pienamente vinta, se non fosse per alcune presenze improbabili all’interno del campo visivo, nella parte iniziale del film. L’eccesso di vanità fa spesso cadere nel ridicolo.

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Stupore / 10 Agosto 2011 in Arca russa

96 minuti, tanto è lungo il primo lungometraggio nella storia del cinema ad essere stato girato in un unico piano sequenza, e questo basterebbe come presupposto tramite cui approcciarsi al film. In verità il film è molto più di questo, al punto da giustificare in più punti una probabile lentezza (non esiste il montaggio) in cambio di una cura per i particolari della recitazione e dei ragionamenti di regia che lascia senza parole. Un lavoro imponente. C’è chi, entusiasta, lo ama alla follia e chi, annoiato, lo ritiene un ampolloso esercizio stilistico.
A me ha colpito molto, e lo consiglio caldamente, pur non essendo questo tipo di film tra i miei preferiti. Mi ha stupito.

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