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2 settembre 2014

LAMERICA
Gianni Amelio.

Voto: capolavoro da vedere e far vedere.

Tirana.
Dopo la caduta del regime comunista, Fiore, un imprenditore italiano (Michele Placido) insieme ad un socio vuole impiantare in Albania una fabbrica di scarpe. Il mcguffin da cui si sviluppa la vicenda svela subito i veri intenti dei personaggi: l’imprenditore è mosso dall’avarizia, è un corrotto che pretende di racimolare il più possibile da un’attività legale solo agli atti. Fiore, un freddo e cinico uomo d’affari, è moralmente e professionalmente corrotto. Vuole arraffare le sovvenzioni statali di due Paesi (Italia/Albania) per non fare nulla, o meglio per sfruttare i nativi del posto. Affianco all’imprenditore abbiamo il suo socio, un giovinastro chiamato Luigi, un tipo fin troppo superficiale. E’ in Albania per crescere professionalmente, dove professionalmente si intende il portare a compimento quell’affare molto poco morale; per ricevere le sovvenzioni è richiesta la partecipazione di un presidente, possibilmente Albanese, ecco dunque la trovata che poi consiste nel terzo e più importante personaggio. Viene incaricato del ruolo un vecchio smemorato, visibilmente scosso dal suo passato, un internato in un campo di prigionia comunista. Rimesso a nuovo per l’occasione e pronto per il ruolo fantoccio, dopo neanche un giorno si dilegua nel nulla.

Questa è una pellicola girata con il cuore e con le palle. Un film dotato di un neorealismo neanche troppo velato, che indaga la questione dei migranti partendo dal colonialismo italiano. L’autore, riprende un capitolo di storia che stiamo vivendo anche adesso, una realtà che continua ad essere poco analizzata (e quando è analizzata spesso viene analizzata male). Il risultato finale è LAMERICA ovvero una pellicola scomoda, che fa male, vera. Il rischio qual era ? Era quello di proporre il tema della migrazione con un buonismo e con una retorica galoppante, eppure il regista evita le insidie celate nel tema e racconta con il cuore in mano quello che è un viaggio senza passaporto, perché quella nell’opera non è la storia di un Paese in particolare. E’ la storia di un Paese in generale. Il regista non va in Albania, il regista potrebbe dire benissimo Albania e parlare invece dell’Italia. Egli va nell’Italia di un secolo fa. Quella delle migrazioni coatte, delle valigie di cartone. Oppure l’Albania è l’Albania del colonialismo, quella fame di terra, quella landa che doveva far parte dell’Impero. Non è un caso se il regista parte proprio dalle immagini di un docu-film di propaganda, quelli del ventennio fascista, che mostra come gli italiani abbiano modernizzato e civilizzato l’Albania. E quindi una doppia critica, un sentimento duplice e paradossale: quello della conquista della terra, il “veniamo a casa vostra e vi civilizziamo” ed il sentimento razzista che non vorrebbe gli immigrati.. Il celebre “se ne tornassero a casa loro”, quindi. Neorealismo in chiave moderna, una pellicola che vanta la partecipazione di migliaia di persone non professioniste, Guardatelo il film, notatelo il numero delle comparse o degli attori secondari che godono un loro arco narrativo. Prendete le scene esterne o il ruolo del vecchietto. il vecchio che tra l’altro non è neppure albanese, ma italiano. E’ un reduce della seconda guerra mondiale, è uno degli italiani rimasti in Albania che dovettero cambiare identità per non essere perseguitato o, peggio, fucilato. Il vecchio/Michele è un siciliano che partì per l’Albania lo stesso giorno in cui nacque il primogenito. Non ha la cognizione del tempo, è convinto che siano passati pochi anni e che la famiglia lo aspetti. Michele è interpretato, come tradizione neorealista vuole, dall’ottantenne Di Mazzarelli, che nella vita faceva il pescatore, e che offre un’interpretazione di rara bellezza. Il suo Spiro trascorre gli ultimi cinquant’anni da prigioniero e si crede un ventenne in festa per la fine della guerra ed il ritorno in Sicilia.

LAMERICA, un grido disperato, un canto, un urlo su una nave piena di persone ammassate come sardine. E quindi l’Italia terra delle opportunità per gli Albanesi come l’America lo era stato per gli Italiani. LAMERICA, un pensiero ingenuo e positivo perché, citando la cantilena di un personaggio secondario il cui sogno è andare a lavorare in Italia e magari giocare a pallone: “..è meglio fare il lavapiatti in Itàlia che senza lavoro in Albania”. E ancora, il parallelismo Italia-America torna quando lo spettatore entra in un bar. Come l’Italia a immagine e somiglianza degli U.S.A importa i programmi televisivi, in Albania gli albanese vedono gli stessi programmi commerciali passati in Italia. E quindi la televisione, oggetto culto che deforma la realtà, è una delle cause che porta gli ultimi degli ultimi a emigrare. L’erotismo delle ragazze de “Non è la Rai”, il successo delle grandi squadre della Serie A, il benessere ed i prodotti di massi da “Ok, il prezzo è giusto”. Quanta ingenuità e quanta disperazione. C’è poco spazio alla gioia, c’è invece tanta umanità. Luigi mano a mano che la storia va avanti stringe un rapporto forte con Michele e in una crisi assolutamente profonda, come un francescano spogliato di tutto, nel pieno di una crisi identitaria, senza danaro e senza proprietà (le ruote del suo fuoristrada, il licenziamento, la prigione come privazione del suo passaporto, quindi della sua identità, della sua anima e del suo corpo) egli evolve.

Luigi diventa buono o meglio diventa giusto.

DonMax.

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