Recensione su Lakposhtha parvaz mikonand

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22 Dicembre 2012

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Questo lo volevo proprio vedere quando uscì nell’anno non ricordo. Qui era una retrospettiva sul regista Ghobadhi, il quale è nella stretta pratica un curdo iraniano allievo di Kiarostami (Ghobadhi c’era in E il vento ci porterà via *_* ma che ve lo dico a fare?) in esilio perché sta sul ca**o al regime iraniano. Con il regista presente in sala, tra questo film e il successivo. E una NUTRITISSIMA claque di iraniani, che applaudivano come scalmanati. Il che era buffo e divertente, ma quello parlava in farsi e loro applaudivano che l’interprete ancora non aveva iniziato e no, insomma, così viene un pasticcio. ‘nzomma ‘nzomma, ci siamo io e altri nel cinema pieno di iraniani col regista dissidente. Le tartarughe possono volare perché nei sogni anche può essere così. Dice lui. Ma la realtà è che ognuno se lo interpreta un po’ come ca**o gli pare, il titolo.
É la storia in un campo di profughi al confine tra Iraq e Turchia, nei giorni precedenti l’invasione americana dell’Iraq. Un ragazzino sveglio e con una bici che, cioè, lo vedi, è troppo un capo con quella bici, ecco, lui, che si chiama pure Satellite, monta le antenne per i vecchi del villaggio, e comanda tutti i bimbi perduti che gli stanno attorno, facendoli lavorare insieme a lui nel raccogliere le mine. Che bello, avere tante mine da trovare. Inutile che vi dica la fine che farà Satellite (BUM!), ci sono anche un ragazzino senza mani preveggente, una che si butterà da un dirupo bellissimo e il fratellino cieco.
Che devo dire, è un mondo difficile, i bambini ci guardano e insegnano e così via.
Iraniani in sala in visibilio. BRAVO! VASHPARRAKAH! YUSSUF! IO IL FARSI NON LO SO! COSE COSI’!

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