Recensione su L'età barbarica

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21 dicembre 2012

L’agrodolce ritratto di una vita qualunque dipinto da Arcand mescola momenti di assoluto lirismo a tratti di rassegnata malinconia.
Non mancano però scene divertenti, soprattutto in occasione dei sogni di Jean-Marc. Questi si susseguono continuamente nella prima parte e nella parte finale, mentre risparmiano il protagonista nella fase in cui frequenta la strana donna, segno che l’onirico desiderio di un’esistenza diversa era sotto i suoi occhi, alla sua portata. Eppure Jean-Marc si fa sfuggire tutto per una fretta che non gli appartiene (se non nei suoi passionalissimi sogni con la giornalista).
Metafore e coincidenze si susseguono in un continuo gioco di rimandi.
Il mondo del medioevo, metafora del ripudio della modernità (rappresentata dal suo ufficio), collocato in un surreale contesto sportivo (un enorme stadio).
Il lavoro, fonte di alienazione e frustrazione per le vessazioni dei superiori (contrariamente a quello che rappresenta per sua moglie, che vive per il lavoro).
In generale, un filo conduttore che ricorda per certi versi Musil e (soprattutto nell’emblematico finale) Voltaire (Jean-Marc trova la sua pace sbucciando con zelo una mela e davanti a sè ne ha un cesto colmo).

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