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  • Un ritratto fisiologico, ove la vittima, più che sostituirsi, si fonde al carnefice, in un gioco di luci ed ombre dagli inevitabili risvolti drammatici

Recensione su Lady Macbeth

/ 20166.736 voti

Un ritratto fisiologico, ove la vittima, più che sostituirsi, si fonde al carnefice, in un gioco di luci ed ombre dagli inevitabili risvolti drammatici / 3 Settembre 2017 in Lady Macbeth

Trasposto ( in parte ) dal romanzo di Nikolaj Leskov, Lady Macbeth si sposta dal distretto di Mtsensk per originarsi nella rurale ed austera realtà inglese dell’ottocento, fra aritmie di luci ed ottenebrati silenzi, che ne dipingono al meglio i solenni tratti.
L’opera di Oldroyd cattura per il suo formale aspetto, all’apparenza asciutto, ma saturo di trasfigurazioni e mutamenti, insiti negli angoli e nelle inquadrature opprimenti di un casale, dimora dell’ambizione e del turbamento.
La protagonista è l’emblema di tale passaggio, di questa fluttuazione di intenti, riprendendo non solo le mefistofeliche bramosie della ben più celebre Lady Macbeth shakespeariana, ma anche ( e in modesta parte ) le singolarità introspettive della perturbante Teresa Raquin di Zola.
Un ritratto fisiologico, appunto, ove la vittima, più che sostituirsi, si fonde al carnefice, in un gioco di luci ed ombre dagli inevitabili risvolti drammatici.
La fotografia, pregevole, è parte della stessa sceneggiatura, come a volerne sorreggere il peso, angustiato da forme riflesse di aspirazione e desiderio, in una dimensione non sovratemporale, ma a volte sospesa nell’ignoto.
Un ottimo esordio per Oldroyd, come lo è stato per Corbet con il suo The Childhood of a leader, entrambi alle prese con rivisitazioni di opere considerevoli.

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