Recensione su La Zona

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monito / 13 aprile 2011 in La Zona

Una storia semplice e soffocante, metafora di molte situazioni attuali, ma estremammente efficace anche solo dal punto narrativo.
Un quartiere bene vive trincerato dietro un muro che lo separa dall’avanzata della bidonville dei poveracci, all’esterno il caos e la sporcizia, all’interno l’ordine, la quiete, la sicurezza tutelata da guardie e telecamere ovunque. Una sera riescono ad entrare tre ragazzini sbandati, rubano, c’è un omicidio, la situazione precipita, uno dei ragazzini si ritrova in fuga all’interno del quartiere, braccato dagli abitanti, senza poterne uscire.
Su questo canovaccio il film guarda a tutti gli aspetti che possono scaturirne: l’ossessione della sicurezza, l’idea fallimentare della possibilità di separare l’umanità tramite un muro, la logica folle del branco, il principio della vendetta/giustizia privata, l’ottica della preda e quella del cacciatore, il rapporto con l’ordine pubblico, il potere del denaro, la prevenzione della delazione, la ribellione.
Bello dicevo, robusto, essenziale e potente nelle immagini, c’è un inizio davvero ben fatto, pochi minuti per raccontare quello che accade semplicemente mostrando il quartiere.
Sottolineo: molto efficace tutto il rapporto padri figli, è in prospettiva al futuro che sono i giovani che si reificano i comportamenti, che ci si chiede cosa si è, cosa si sta facendo (c’è chi si dissocia, chi è coerente con quel che crede in maniera granitica, chi non accetta ciò che accade, ma non fa nulla), quindi il personaggio peggiore è il padre del protagonista, che applica la logica dei due pesi e due misure, lui a cacciare il ladruncolo, ma il figlio protetto in casa;
le riunioni di “condominio” che decidono cosa fare, qui si esplica la logica del gruppo che non ammette contraddittorio, l’opinione diversa che diviene nemica, tanto da scegliere poi la via della delazione da applicarsi agli stessi abitanti del quartiere;
l’imperante, irrisolvibile differenza sociale fra chi può e chi non ha nulla, neanche il diritto a vivere, e il denaro che tutto unge, che tutto risolve è la rappresentazione del vero potere, perchè qui si fermano tutti i discorsi sulla giustizia, sull’equità.
E’ un film che è anche un percorso di crescita, il protagonista è un adolescente privilegiato, educato dal padre al diritto alla protezione individuale della propria sicurezza, senza che vi sia un limite a questo diritto che viene proposto come un obbligo a causa della corruzione del sistema pubblico (ma appunto chi corrempe?), un percorso di crescita che porta all’immedesimazione con l’altro, il pericolo, incarnato in un ragazzino folle di terrore. E la prospettiva cambia, ne nasce un rapporto simpatetico, paritario.
L’unica ribellione realistica è cercare di cambiare, quindi è uscire fuori dalla logica che li ha portati a rinchiudersi nel quartiere e c’è chi lo fa, alla fine, chi più colpevolmente, chi in maniera più propositiva.

1 commento

  1. scimmiadigiada / 3 luglio 2012

    davvero un’ottima analisi, la tua recensione mi è piaciuta molto.

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