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Recensione su La visita

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Manoscrivere, prego. / 24 giugno 2014 in La visita

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Ogni film di Pietrangeli che “scopro” si rivela una magnifica sorpresa.
La visita, incrociato anni fa in tv e mai visto per intero fino ad oggi, non fa eccezione, regalandomi una pellicola estremamente sapida ed intelligente, in cui lo studio d’ambiente, la definizione millimetrica dei personaggi, la sapiente mano registica e le interpretazioni calibratissime hanno generato un titolo davvero originale che consiglio caldamente di recuperare.

Muovendosi da premesse quasi macchiettistiche (galeotto fu un annuncio sul giornale), esaltate da una caratterizzazione di luoghi e persone da manuale, la storia si fa drammatica, realistica, inclemente.
Confesso che, per gran parte del film, ho trovato il baffuto (il suo malcelato razzismo sarà un caso di omonimia e di pelo?) personaggio di Adolfo (interpretato dall’attore francese François Périer) estremamente insopportabile: falso, egoista, untuoso e laido. Mi stupivo del fatto che Pina (una pregevole Sandra Milo) esitasse ad accorgersi dei suoi difetti. Durante il dialogo post-sbornia dei due sul letto, invece, ho visto, come lei, quell’uomo con occhi diversi: “Si diventa così, a star soli”, ammette tristemente, disarmando Pina, pronta alla discussione, e me, sua nemica dichiarata fin dal suo arrivo in stazione.
Ciò che mi ha colpita, seppur adombrandomi, sul mesto finale, è stata la maturità dimostrata da entrambi i protagonisti: messe in chiaro le “necessità” dell’una e dell’altro, sono stati in grado di comprendere ed ammettere che non bastano due solitudini a cementare una relazione e che le eccessive incompatibilità potrebbero esacerbare inutilmente i già evidenti difetti di ciascuno.

Con il personaggio della Pina (la bella culandrona), Pietrangeli disegna un egregio ritratto a tutto tondo di una donna capace, indipendente, ma sensibile, dolce, piena di civettuosa e a tratti esagerata grazia (il trucco sul suo viso è così esagerato da ricordare quello della felliniana Gelsomina), spartiacque tra le femmine italiane dell’anteguerra (use a saper fare tutto, anche i lavori maschili: la Pina ara l’orto, produce il lambrusco, guida l’automobile, cucina ottimamente, fa la maglia) e quelle del boom economico (vedi, il televisore avveniristico, tutti gli elettrodomestici utili ad una massaia in cucina, la presenza di una donna delle pulizie, numerosi animali domestici, ecc.) un altro affettuoso omaggio all’universo femminile da lui osservato sempre con innovativo spirito analitico.
Non è un caso, a mio parere, che l’impianto urbanistico del paese in cui vive Pina ricordi quello di una città di pionieri del Far West, polvere compresa: ella è una donna a cavallo tra due epoche, una donna di frontiera che sa badare a sé stessa, ma che anela a qualcosa di più di un simpatico cowboy solitario, pardon camionista (Gastone Moschin), per alleviare la propria zitellaggine.

La “spregiudicatezza” di Pietrangeli, impegnato a delineare il profilo di una donna modesta ma poco convenzionale, sta anche nell’uso di un linguaggio decisamente aderente alla realtà, in cui convergono sia espressioni vagamente triviali che modi ed espressioni di cortesia desunti da una tradizione sociale ottocentesca, garibaldina, che riferimenti pop alla cultura del tempo (il Carosello, gli sceneggiati televisivi della RAI, i cioccolatini con le poesiole avvolte nell’involucro di carta stagnola, le marche delle automobili, ecc.), artefatto eppure assolutamente plausibile. Pina è un simulacro, un ideale, sotto molti aspetti: ha in sé i retaggi di una solida cultura contadina e gli aneliti propri di una società a cui piace sperimentare le novità.

La solidità dell’impianto narrativo risiede anche nell’estrema coerenza tra unità di luogo, di tempo e d’azione: nonostante la presenza di alcuni esaustivi flashback, la storia si dipana in maniera lineare, disegnando un itinerario ben preciso, inteso non solo in senso geografico (tutti i luoghi vengono attraversati e mostrati ripetutamente, nonché perfino misurati, al fine di renderli riconoscibili da ogni prospettiva), ma anche di ottima definizione dei personaggi.

Da vedere, senza se e senza ma.

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