Recensione su L'età inquieta

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Le anime morte / 2 Maggio 2013 in L'età inquieta

“Quando mi risvegliai, lì nell’erba alta, sentii che le circonvoluzioni del mio cervello fossero come ricoperte di ragnatele e di polvere. Non era, però, una sensazione nuova. Mia madre mi diceva sempre che già da tempo avevo portato il cervello all’ammasso. Probabilmente non aveva tutti i torti. Ma la colpa non era mia, né nostra. Era la noia che ci uccideva, implacabile e assoluta. Era come se la vita si fosse dimenticata di noi e del nostro piccolo villaggio. Qui tutto continua sempre uguale, non succede nulla. Qualcosa dovevamo pur fare. Non necessariamente la cosa giusta. E poi era soltanto un arabo, mica un essere umano.
In questo momento, però, sono felice: il mondo mi appare così gioioso, lineare, rassicurante. Sì, ho fatto la cosa giusta. Forse.”

Esordio col botto per Bruno Dumont. Il suo primo lungometraggio è una pellicola inquietante, crudele, perché fotografa realisticamente l’assenza assoluta di valori di una generazione perduta, l’anima razzista della Francia profonda. L’ambientazione fatta di strade deserte, desolate, di un paesaggio altrettanto vuoto, silenzioso, in cui il solo rumore percepibile è il rombo assordante delle motociclette, mette bene in evidenza l’isolamento, la monotonia, il vuoto di un’esistenza.
Film duro, bellissimo e, per essere un’opera prima, incredibilmente maturo.
qui la “colonna sonora”.

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