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Recensione su La vita di Adele

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12 giugno 2015

Mi piacerebbe misurare quanta parte del film è occupata dai primi e primissimi piani dedicati al bel viso di Adèle Exarchopoulos. È con questo mezzo – semplice ma efficace – che il regista costruisce la trama: prima mostrando l’accumularsi della tensione erotica fra le due protagoniste, poi spiando come le differenze di età, esperienza, cultura, classe sociale, abbandono sentimentale e fedeltà (ma l’infedele non è quella che a prima vista appare tale) minano pian piano quella tensione, sostituendola con l’incertezza e la solitudine. Una parabola perfetta, per una vicenda certo minimale ma ottimamente raccontata (anche se la durata è effettivamente un poco eccessiva). Uno sguardo, una smorfia, un’incertezza nella conversazione bastano a Kechiche per comunicare quello che accade alle due protagoniste.

Lo scandalo esagerato per le scene di sesso dimostra, mi pare, che la natura della La vita di Adèle non sia stata sempre compresa: questo è un film erotico – non nel senso dato solitamente all’espressione, ma nel senso che rappresenta il darsi e il sottrarsi dell’oggetto erotico. Erotismo che intossica persino lo spettatore, e che fa credere alla indifesa Adèle che il freddo blu sia davvero «il più caldo dei colori».

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