Recensione su La viaccia

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Ambivalenze / 8 agosto 2015 in La viaccia

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Sono decisamente combattuta, dinanzi alle ambivalenze di questa pellicola.

Di questo film di Bolognini, da un lato ho apprezzato, venendone catturata all’istante, la ricostruzione d’ambiente, l’estrema cura dedicata allo studio di costumi e scenografie, così realistici da far pensare ad un vero e proprio salto indietro nel tempo e non solo all’eccellente lavoro dei trovarobe o dei laboratori sartoriali di turno, per non parlare della buona scelta dei volti (e dei corpi), in particolare di quelli delle donne che affollano la casa di appuntamenti fiorentina.
C’è da dire che una sciagurata fotografia, troppo limpida, dinamica, moderna (non sono i termini corretti, ne convengo), ha quasi rischiato di penalizzare tanta fatica, atemporalizzando (a torto) una vicenda che di quella cornice aveva indubbio bisogno, anche per via di evidenti e precisi richiami pittorici d’epoca (su tutti, certe opere di Telemaco Signorini).

D’altra parte, alcuni passaggi narrativi mi sono parsi decisamente poco approfonditi al punto da rendere incomprensibile sia il loro peso che gli effetti derivanti da talune azioni: mi riferisco, in particolare, al comportamento di Bianca dopo il ferimento di Ghigo (forse, si è definitivamente spaventata? Teme, una volta per tutte, che il ragazzo sia troppo violento? Eppure, mentre egli è a terra, sanguinante, gli corre incontro singhiozzandogli il suo amore: “Io ci credevo”) e al coinvolgimento del giovane contadino nelle azioni anarchiche. In particolare, tale parentesi, più che contestualizzare un certo momento storico, non ha ripercussioni sulla vicenda, né presuppone una precisa maturazione del protagonista, perciò il suo inserimento nel racconto mi ha lasciata davvero interdetta.

Interessanti alcuni ritratti femminili: quello delle contadine, sottomesse a chiunque, prive di qualunque fantasia, anche quella del rispetto ; quello di Bianca che, fin da ragazzina, voleva “fare all’amore” e che nella prostituzione trova contemporaneamente una liberazione ed una più sottile forma di prigionia; quello della nuova padrona di casa Casamonti, despota dopo essere stata schiava.

Incisivo, infine, il violento ritratto domestico che Bolognini fa della famiglia Casamonti: la terra come legame inscindibile, nel bene e nel male, e il senso della proprietà come maledizione, sia per il laido e materialista patriarca (padre di molti, troppi vizi), che per il ramo cadetto impersonato da un monocorde ed accigliato Pietro Germi.
Belmondo pare troppo viveur e scanzonato ed è talvolta un po’ troppo trasognato per impersonare come dovrebbe (e, forse, potrebbe) il tormentato Ghigo, ma a conti fatti non dispiace.
La Cardinale è splendida, ma la sua Bianca è tremendamente logorroica.

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