Recensione su Un mondo fragile

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Qui magari non respiro / 3 ottobre 2015 in Un mondo fragile

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Somewhere credo in Colombia, non tanto over the rainbow quanto under the ashes. Alfonso torna a casa dopo anni. La casa è isolata e circondata da alti campi di canna da zucchero. Nella casa ci sono il figlio, che sta morendo per una qualche malattia respiratoria, no modi no soldi per curarla. Di lui la moglie e ulteriore figlio. E la moglie di Alfonso (c’est pourquoi, sono nonni). Alfonso aiuta a tenere in ordine la casa. Di giorno le due donne hanno preso il posto del malato nella piantagione, a smozzare canne col machete per poi non essere pagate. Di notte gli incendi dei dintorni (non so bene perché tutte queste canne poi vengono incendiate, ma è sicuramente qualcosa di capitalista e lucroso) fanno piovere una eterna cenere su tutto, che il giorno dopo va rimossa per poi ritornare e annerire. Cronaca delle vite dei campesinos di una zona sperduta, dove c’è a malapena la luce (anzi, non son sicuro che ci fosse la luce, ora che ci penso) e l’acqua, la vita è dura e quando cambia lo fa per divenire ancora più dura. La nonna vuole rimanere, vincolata ormai dall’amore per le sue radici costi quel che costi. Alfonso, che le radici le ha strappate abbandonando la famiglia anni fa (si presume per altrettanta povertà), è tornato e resosi conto della situazione cerca di portare via figlio e famiglia. Lui porta la prospettiva sul futuro/altro/diverso. Scappiamo, o moriremo, come tutti. Ma il figlio è dead man walking di già, per cui riuscirà solo in parte. Poi fanno presto, le fighe in piscina al sole su instagram, a dirti che il mondo è un posto splendido. No vabbè, lo dico solo perché vorrei farmele, come tutti u_u ma vagliela a far provare, la vita di me**a, e terra, e cenere, dei campesinos colombiani.

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