Recensione su La terra dell'abbastanza

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Storie di periferia / 5 Marzo 2020 in La terra dell'abbastanza

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Sono riuscito ad acquistare il Blu Ray de La Terra Dell’Abbastanza e dopo una seconda visione è tutto più chiaro. Detto ciò, fare una descrizione dettagliata di quest’opera, senza banalizzarla e/o svalorizzarla, non è cosa da poco, non si tratta del solito film sulla periferia, dove i giovani imbroccano una strada sbagliata e poi ne pagano le conseguenze, non si tratta ne della solita critica alle istituzioni che ignorano e isolano determinate aree geografiche ne di quella alla criminalità organizzata.

Allora cos’è?

Una fotografia, una semplice fotografia di una realtà. Una realtà romana in questo caso ma che racchiude le realtà di tutte le periferie(italiane almeno) al suo interno. Non c’è giudizio in una fotografia, la guardi e basta, è quello che è. Allo stesso modo non c’è giudizio e soprattutto non c’è retorica nell’opera prima dei fratelli D’Innocenzo che hanno scritto il soggetto e la sceneggiatura di questo film a soli diciannove anni e poi hanno dovuto cercare fondi per i successivi dieci anni per poterlo produrre.

La forza de La Terra Dell’Abbastanza sta proprio nella maturità/immaturità artistica di due ragazzi appassionati di cinema che vivono in periferia (Tor Bella Monaca e poi Anzio) e riescono a raccontare una storia senza giudizi morali proprio perché sono parte di quella storia, sono i “non attori” di quel palcoscenico che è la periferia e ti fanno capire che certi eventi possono accadere senza se e senza ma, giusto o non giusto.

I ragazzi hanno bisogno di punti di riferimento e sono la somma, anche, di insegnamenti e guide sbagliati, in questo specifico contesto impersonificati da un Max Tortora incredibilmente in parte che vive in una specie di baracca e gioca alle macchinette come fossero l’unico credo e, l’incidente che coinvolge suo figlio Manolo, lo interpreta come un miracolo pe’ “ levasse dalla me**a” e pe’ “Svortà”.

L’ utilizzo della macchina a mano(tecnica registica che personalmente adoro) che resta incollata spesso a Mirko e Manolo e che con dei primissimi piani rende alla perfezione la chiusura mentale, l’ignoranza e la grave incoscienza, sfociano quasi nel claustrofobico e generano inquietudine e angoscia nello spettatore. Complice anche l’ottima resa figurativa.
Perfetta la scelta dei costumi e del taglio di capelli, la tuta con il doppio taglio o la boccia sono a tutti gli effetti un marchio riconoscitivo dei ragazzi di borgata.
Stesso discorso per la fantastica-desertica “non scenografia” dove tutto quello che c’è sono dei resti di qualche parco-fantasma e dei pachidermi di cemento che negano l’orizzonte e la possibilità anche solo di immaginare un futuro diverso, perché come dice Angelo(Luca Zingaretti) : “ I giovani devono pote’ sognà ”.

Interpretazioni calzanti, non ho travato un cavillo fuori posto(anche nei personaggi di contorno). Forse, Olivetti(Mirko), eccessivamente sopra le righe in alcuni frangenti.

Se la messinscena è una splendida donna allora la sceneggiatura è il tacco a spillo che la rende irresistibile.

Se qualcuno della fazione del Politically Correct si è sentito offeso dall’ eccessivo uso della parola “frocio”, è bene spiegare che in gergo romanesco non è una parola utilizzata solamente come vezzeggiativo per descrivere i gay ma anche(anzi forse maggiormente) come sinonimo della parola “stupido” o meglio ancora “testa di(de) ca**o”.
La crudezza verbale, non di un millimetro lontana dalla realtà, con cui si cerca di avvicinare lo spettatore a far capire come ci si sente non solo mentalmente ma anche fisicamente a vivere li, è racchiusa nel piccolo dialogotra la fantastica Milena Mancini (Alessia, mamma di Mirko) e Matteo Olivetti (Mirko);
” s’è addormita ‘a piccoletta?” le chiede lui,
“si.” risponde lei,
” te ‘gnà fai è?”, le domanda lui,
“certe volte so troppo stanca pe’ dormì.”

In conclusione, se negli USA hanno la splendida trilogia sulla frontiera americana firmata Taylor Sheridan con Hell or High Water(Mackenzie), Sicario(Villeneuve) e I Segreti di Wind River(Sheridan), possiamo dire che anche noi, seppur in piccolo, abbiamo trovato la trilogia sulla periferia romana di cui fanno parte(per mio gusto personale) La Terra Dell’Abbastanza – appunto – , il fantastico Dogman di Matteo Garrone e il pasoliniano Non Essere Cattivo del compianto Claudio Caligari.

PS: Aspetto con ansia il 16 aprile per Favolacce, dei fratelli D’Innocenzo. Vedremo se si confermeranno come promesse del cinema italiano.

3 commenti

  1. Stefania / 5 Marzo 2020

    I gemelli hanno lavorato pure a Dogman di Garrone, non a caso 😉

  2. Stefania / 5 Marzo 2020

    @rustcohle: hanno collaborato alla sceneggiatura.

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