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Recensione su La Solitudine Dei Numeri Primi

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4 marzo 2011

Con questo film entra in gioco il rapporto fra pagina scritta e cinema, quindi bisogna analizzarlo (forse) da due punti di vista: è molto meglio del libro, ci voleva poco d’altronde, essendo il libro di giordano un caso manifesto di abile azione editoriale, ma letterariamente non solo infarcito di clichè, ma soprattutto piatto e incolore dal punto di vista meramente narrativo; come film è zoppicante come la sua protagonista, anche se rivela almeno una forte impronta personale.
Intanto Costanzo si prende molte libertà cercando di ravvivare una storia esile esile, ne calca i toni horrorifici, incastra tutta la storia sul piano dell’adolescenza e dell’infanzia dominandola del mantra che governa questa pellicola, ossia come sia soffocante, piena di paure e di orrori la vita dei bambini in balia dei grandi e di se stessi che scimmiottano gli adulti. Nel far questo mescola i piani temporali cercando di imporre un ritmo alla storia, chiede ai goblin di dargli una mano centrando un inizio molto felice, cita a dismisura Kubrick e lo stesso Argento (lunghi corridoi, non solo nell’hotel della neve, ma anche nelle case e nella scuola; tutti gli animali impagliati, le pellicce disperse; il labirinto, per quanto non ghiacciato), sa benissimo che non succede quasi niente e quindi quello che accade deve essere spostato in fondo alla narrazione; taglia molto nella parte degli adulti della vita dei personaggi, elimina alcune fesserie di Giordano.
Eppure cinematograficamente funziona a tratti nonostante una ottima Rorwacher che nel fare le persone disturbate è brava davvero, nervosa, indecisa, tentennante. Prima di tutto alcuni personaggi sono pura macchietta (Donadoni rovina il polo dela male di vivere della ragazzina), molte scene dei ragazzi sono sì funzionali, ma deboli, a volte troppo lunghe, manca l’idea di come si sia saldato il rapporto fra i due protagonisti che davvero guardando solo il film non si capisce come siano tanto amici (ma lo sono sul serio? e perchè?), alcuni dialoghi sono pari pari quelli del romanzo e non hanno forza se declamati. E infine Costanzo piega la storia alla sua visione personale, che trovo quella sì forte e valida, universale direi, ma poi non ha la forza di non abbandonare completamente il romanzo e quindi sta in mezzo a un guado, dovendo comunque seguire lo svolgimento del libro.

Non capisco proprio l’insistenza nel riprendere il libro sul comodino della casa di Alice.

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