La mia droga si chiama Julie

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La mia droga si chiama Julie

Un produttore di tabacco, Louis Mahé, intrattiene una corrispondenza epistolare con una donna, Julie Roussel. Un giorno lei si reca a casa di lui per sposarlo, ma quando se la trova di fronte, Louis scopre che Julie è diversa da come appariva nelle fotografie che ella gli aveva mandato per posta. Nonostante ciò, egli accetta comunque di sposarla. Il film è tratto da un romanzo di William Irish, Vertigine senza fine.
schizoidman ha scritto questa trama

Titolo Originale: La sirène du Mississipi
Attori principali: Jean-Paul BelmondoJean-Paul BelmondoCatherine DeneuveCatherine DeneuveMichel BouquetMichel BouquetNelly BorgeaudNelly BorgeaudMartine FerrièreMartine FerrièreMarcel Berbert, Yves Drouhet, Roland Thénot

Regia: François TruffautFrançois Truffaut
Colonna sonora: Antoine Duhamel
Fotografia: Denys Clerval
Produttore: François Truffaut, Marcel Berbert
Produzione: Francia, Italia
Genere: Drammatico, Poliziesco, Romantico
Durata: 123 minuti

Dove vedere in streaming La mia droga si chiama Julie

Cangiante / 2 Marzo 2018 in La mia droga si chiama Julie

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

(Riflessioni sparse)

A dispetto dei temi profondamente appassiona(n)ti che Truffaut trattava nei suoi film, talvolta i suoi lavori sembrano dominati da una curiosa asetticità delle interpretazioni che, per quel che mi riguarda, però, mi paiono puntualmente funzionali all’estetica generale, intesa anche in ottica narrativa.
Spesso, le sue storie sono così estreme e, come in questo caso, fantaromantiche da necessitare di interpreti quasi statici, che ricordino allo spettatore che ciò che sta guardando è una sorta di astrazione, che -parbleu- è pur sempre cinema.

La Deneuve, in questo senso, è perfetta. La sua recitazione è sempre stata impersonale, dominata da una naturale alterigia, per cui a lei si chiede solo di esistere, di essere la Deneuve, di impressionare -letteralmente- la pellicola. In questo caso, anche Belmondo è particolarmente statico, ma non sono rari i momenti in cui un’insolita frenesia lo rapisce, come nella scena in cui guida l’auto sconsideratamente, con gran rotear di volante, per raggiungere la banca, certo della truffa messa in atto da Julie/Marion, oppure quando, senza particolare preavviso (e, soprattutto, senza controfigura) inizia a scalare a mani nude la facciata di un palazzo.

Il film mi è piaciuto per via della sua natura cangiante. Un attimo è dramma romantico, poi thriller psicologico (con tanti ringraziamenti a Hitchcock), poi commedia on the road, poi, ancora, dramma à la Pasternak, così, in mezzo alla neve e allo squallore di un capanno gelido che sa di steppa (che il personaggio della Deneuve, romanticamente accecata, non esita a definire: “Però, era bello”), con un folle folle folle sentimento (lo stesso amour fou di Adele H., per esempio) che consuma e perde definitivamente i protagonisti. Apprendo dal libro Truffaut al lavoro che proprio la scena finale richiama volutamente un altro film, La grande illusione: non a caso, come si apprende dai titoli di testa, Truffaut ha dedicato La mia droga… a Jean Renoir.

Dopo qualche minuto di visione, mi sono detta: “Possibile che abbia visto questa stessa storia ambientata nell’Ottocento, interpretata da Banderas e dalla Jolie?”. Sì: si tratta del (discutibile) film Original Sin.

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La sirena del Mississippi / 29 Aprile 2015 in La mia droga si chiama Julie

Truffaut ripesca dalla penombra dei romanzi di Cornell Woolrich (che in questo caso firmò sotto lo pseudonimo di William Irish); dopo ‘La sposa in nero’ l’anno successivo rivisita questo ‘Vertigine senza fine’ ribattezzato ‘La sirène du Mississippi’, poi italianizzato con il solito tipico stile da sagra della traduzione bislacca. Il vago sapore tardo coloniale dà il suo tocco di fascino, arricchito dai colori un po’ artificiali e l’anamorfismo del Dyaliscope. Belmondo e la Deneuve fanno la loro parte, in una storia d’amore perverso a dire il vero poco credibile; il linguaggio del regista è inconfondibilmente rapido, quasi rammendato tanto è animato dal furore scenico.

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La mia droga si chiama Truffaut. / 16 Giugno 2012 in La mia droga si chiama Julie

Truffaut è nel mio cuore. Dopo aver descritto grandi menage a trois in tempi di guerra e aver consegnato alla storia saghe che dall’adolescenza arrivano all’età adulta, il grande maestro francese decide di impegnarsi in un lungometraggio di una brillantezza più unica che rara, in cui riesce come suo solito a mescolare con grande abilità melò e giallo, commedia e thriller. La mia droga si chiama Julie è probabilmente il più sottovalutato tra i film del francese, complice anche la grande quantità di citazioni e ammiccamenti, che lo rendono un bene necessario per i cinefili, ma che potrebbe risultare(ed è risultata) inconcludente per i critici di mezzo mondo. Invece il film è un capolavoro: un melodramma comico in cui l’amore si pone come unica liberazione dalle infamie della vita e dalle cattive intenzioni. La coppia di attori straordinari(Belmondo e Denueve), la musica spiazzante, i dialoghi eccezionali tra i due innamorati, contribuiscono a rendere il film quel gran film che è. Louis non conosce i rischi di prendere moglie per corrispondenza. Infatti, quando si sposa con Julie non può minimamente sospettare che quella è una truffatrice di nome Marion che ha come unico scopo quello di mettere mano al patrimonio del benestante marito. Quando la donna fugge, l’uomo la rincorre e cominceranno una nuova vita. Finchè lei non deciderà di voler mettere fine alla loro “felicità” per il gusto di avere qualche soldo in tasca. Importante da esaminare nel cinema della Nouvelle Vogue e di Truffaut in particolare è il ruolo e lo sviluppo della donna. Conosciamo le donne di Truffaut: belle, malvagie, seducenti, provocatorie, intelligenti e furbe. Julie/Marion presenta tutte le caratteristiche che potrebbero ricondurla alla donna tipo truffautiana. Come non innamorarsi di lei? Impossibile. Il povero Louis non riesce a volerle male nemmeno quando gli ruba il patrimonio, anzi. La rincorre in lungo e in largo non per punirla o per fargliela pagare, ma bensì perché la ama e vuole in realtà costruire una vita con lei. La scena della confessione davanti al caminetto, la scena dell’uccisione del detective e il finale strappalacrime sono le scene simbolo di questa immensa pellicola, epopea di amore profano, giocata sensibilmente sul labile confine tra l’interesse e il sentimento. Ma come al solito con Truffaut un solo genere non può bastare. In La mia droga si chiama Julie il regista inserisce tutte le sue ossessioni cinematografiche: Abbiamo Hitchcock, da sempre idolatrato dal regista, abbiamo i grandi maestri francesi come Renoir o Godard, abbiamo un contatto tra la Hollywood che va e la Hollywood che viene(Nick Ray che passa il testimone) e poi abbiamo soprattutto l’immagine ricorrente di un cinema che cerca veramente di imporsi non solo come immagine ma anche e soprattutto come arte nella memoria collettiva. L’amore per Truffaut è una malattia da cui è bello lasciarsi contagiare. I suoi personaggi maschili, sempre così persi dietro questo folle amore così da restarne schiavi, sono le immagine su cui si riflette costantemente lo stato d’animo del grande Truffaut. Anche con un’opera minore(ma neanche tanto minore, perché anche se paragonata ai suoi più grandi capolavori certo non sfigura) Truffaut porta avanti le sue grandi idee senza risultare mai ripetitivo o banale. Truffaut non fa cinema. Truffaut è il cinema.

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