Recensione su La maschera del demonio

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28 agosto 2014

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

La figura del vampiro viene rielaborata da Bava, autore che prima di Jesùs Franco (e a mio avviso con una superiore abilità alla regia, non ci sarebbe neppure da dirlo) ci offre una versione differente del vampirismo.

Gotico, innovativo, oscuro, sporco, munito di un bianco e nero greve, “La Maschera del Demonio” è una delle opere prime che segnano l’ingresso in pompa magna di un artista. Incentrato sul destino di una famiglia e la maledizione secolare che la colpisce, il film vede come protagonista la strega Asa Vajda interpretata da Barbara Steele. L’incipit è da sturbo, efficace e moderno, lo spettatore viene coinvolto in un rito macabro, trasportato nel ‘600. L’affresco non è dei più positivi; la strega viene marchiata a fuoco dall’Inquisizione prima di essere arsa viva. Il prologo è violentissimo, le viene messa una maschera di ferro sul bellissimo volto, una maschera chiodata che poi verrà fissata nella carne della nostra. L’accusa è quella della stregoneria e ad averla mossa è il fratello della stessa. La scena, buia e spettrale, rigorosa quasi dogmatica, è quella di un processo fatto alla meno peggio. L’inquadratura cambia, la scena si sposta a quella che dovrebbe essere la Moldavia d’Ottocento: vengono così rivelati gli altri due personaggi principali, due viaggiatori. Essi sono degli studiosi, rappresentano la Ragione, la modernità. Eppure, al di là del proprio ruolo da uomini del Sapere, anche loro sembrano credere a tutto quel sistema di tradizioni, usi, costumi, scaramanzie e rituali collegati alla morte di Asa.
Durante un viaggio si imbattono in quello che è il santuario, se così possiamo definire la tomba di una strega, della donna e per un errore la riportano in vita. E’ in questa occasione che il duo incontra la giovane Katia (interpretata sempre da Barbara Steele), una rampolla della decadente casata Vajda che poi, guarda caso, è proprio la stessa di Asa. I più attenti già hanno capito dove arriverà il regista.

Resuscitata, Asa, uccide i suoi parenti (parenti si, ma alla lontana) nutrendosi del loro sangue. In questo modo, oltre a tornare viva, torna giovane.
L’ultima vittima della sua famiglia da vampirizzare sarà Katia. Quella che vedrete sarà una delle scene finali, scena in cui il regista gioca molto sul doppio femminile. Asa/Katia a confronto e la storia che si ripete.

Con una fotografia ed un’atmosfera superba, il film d’esordio di Mario Bava è lontano dai vari Nosferatu e/o Vampyr. Per la trama il regista e gli sceneggiatori presero spunto dal racconto Il Vij di Gogol’ tracciando così delle proprie convinzioni stilistiche e di contenuto che si discostano dalle opere precedenti, lasciando il segno negli anni.

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