La maschera del demonio

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La maschera del demonio

Un dottore e il suo assistente in viaggio attraverso la steppa russa s'imbattono in una cappella abbandonata nella quale riposa il cadavere di una strega. Grazie al sangue di uno dei due tornerà in vita assetata di vendetta.
scimmiadigiada ha scritto questa trama

Titolo Originale: La maschera del demonio
Attori principali: Barbara SteeleJohn RichardsonIvo GarraniArturo DominiciEnrico OlivieriAndrea Checchi, Antonio Pierfederici, Tino Bianchi, Clara Bindi, Mario Passante, Renato Terra, Germana Dominici
Regia: Mario Bava
Sceneggiatura/Autore: Ennio De Concini, Marcello Coscia, Mario Serandrei, Mario Bava
Colonna sonora: Roberto Nicolosi
Fotografia: Mario Bava, Ubaldo Terzano
Costumi: Tina Grani
Produttore: Massimo De Rita
Produzione: Italia
Genere:
Durata: 87 minuti

Esempio cristallino di cinema di genere / 20 Luglio 2016 in La maschera del demonio

Quando mi capita di vedere vecchi film che, a dispetto dei mezzi a disposizione all’epoca, sapevano sviluppare con tutti i crismi un plot, creando suggestioni di forte peso, mi domando (retoricamente) come e perché, oggi, simili rese siano quasi impensabili, non solo in Italia, dove i film di genere sono diventati merce rarissima.

La necessità (specie in termini di effetti speciali e scenografie) aguzzava l’ingegno, non ci piove, ma si ha l’impressione che, nelle produzioni come queste di Bava, ci fosse anche una specie di essenzialità che, pur con piccole sbavature, consentiva (soprattutto) di trovare la quadra del racconto, per quanto scalcinato o sopra le righe esso fosse.
La maschera del demonio di Bava è un cristallino esempio di cinema di genere impregnato di tocchi d’autore, a partire dalla comunione tra fotografia e certe ardite inquadrature, espedienti tecnici che suppliscono alle evidenti mancanze da parte degli attori (la Steele, bambola di carne, si salva “attorialmente” quando interpreta la strega, ché la sua Katja è poco più di una pupattola isterica, e lì è anche una gara tra doppiatrici, la grande Lydia Simoneschi e l’ancora giovane Maria Pia Di Meo).

Tra le varie scene che mi hanno impressionata positivamente, c’è la sequenza in cui compare per la prima volta la carrozza nera trainata da cavalli color tizzone infernale è una delle immagini più riuscite dell’intero film, attraente e spaventosa come si conviene.

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Gli incantesimi di Bava / 10 Marzo 2016 in La maschera del demonio

L’ululato del vento, la nebbia avvolgente, le volte di rami scheletrici che incorniciano una notte color inchiostro, cripte, cunicoli e ragnatele, carrozze nere e paludi spettrali. Come nel pentolone di una strega, più abbondano questi elementi più efficace sarà la pozione magica.
Lo spettatore rimane sotto incantesimo per tutto il tempo, nonostante risultino evidenti il risparmio in termini di budget e il livello mediocre di recitazione; gran parte del merito va alla regia di Bava che non lesina quanto a invenzioni, concretezza e dinamismo.
Uno stupendo movimento di macchina serpeggia sinuoso dalla principessa al pianoforte al fratello che pulisce il fucile, aggira la seggiola in broccato per andare a inquadrare il volto di Ivo Garrani pensoso davanti al fuoco.
E poi quale struggente malinconia nella scena in cui il giovane medico Andrej cerca di infondere coraggio alla sconsolata principessa Katia in un giardino decadente, sotto le note di un pianoforte in stile romance hollywoodiano.
Un bellissimo horror d’altri tempi, fiabesco e draculiano, dove le tinte forti per cui questo regista si rese in seguito famoso sono ancora nel bozzolo

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28 Agosto 2014 in La maschera del demonio

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

La figura del vampiro viene rielaborata da Bava, autore che prima di Jesùs Franco (e a mio avviso con una superiore abilità alla regia, non ci sarebbe neppure da dirlo) ci offre una versione differente del vampirismo.

Gotico, innovativo, oscuro, sporco, munito di un bianco e nero greve, “La Maschera del Demonio” è una delle opere prime che segnano l’ingresso in pompa magna di un artista. Incentrato sul destino di una famiglia e la maledizione secolare che la colpisce, il film vede come protagonista la strega Asa Vajda interpretata da Barbara Steele. L’incipit è da sturbo, efficace e moderno, lo spettatore viene coinvolto in un rito macabro, trasportato nel ‘600. L’affresco non è dei più positivi; la strega viene marchiata a fuoco dall’Inquisizione prima di essere arsa viva. Il prologo è violentissimo, le viene messa una maschera di ferro sul bellissimo volto, una maschera chiodata che poi verrà fissata nella carne della nostra. L’accusa è quella della stregoneria e ad averla mossa è il fratello della stessa. La scena, buia e spettrale, rigorosa quasi dogmatica, è quella di un processo fatto alla meno peggio. L’inquadratura cambia, la scena si sposta a quella che dovrebbe essere la Moldavia d’Ottocento: vengono così rivelati gli altri due personaggi principali, due viaggiatori. Essi sono degli studiosi, rappresentano la Ragione, la modernità. Eppure, al di là del proprio ruolo da uomini del Sapere, anche loro sembrano credere a tutto quel sistema di tradizioni, usi, costumi, scaramanzie e rituali collegati alla morte di Asa.
Durante un viaggio si imbattono in quello che è il santuario, se così possiamo definire la tomba di una strega, della donna e per un errore la riportano in vita. E’ in questa occasione che il duo incontra la giovane Katia (interpretata sempre da Barbara Steele), una rampolla della decadente casata Vajda che poi, guarda caso, è proprio la stessa di Asa. I più attenti già hanno capito dove arriverà il regista.

Resuscitata, Asa, uccide i suoi parenti (parenti si, ma alla lontana) nutrendosi del loro sangue. In questo modo, oltre a tornare viva, torna giovane.
L’ultima vittima della sua famiglia da vampirizzare sarà Katia. Quella che vedrete sarà una delle scene finali, scena in cui il regista gioca molto sul doppio femminile. Asa/Katia a confronto e la storia che si ripete.

Con una fotografia ed un’atmosfera superba, il film d’esordio di Mario Bava è lontano dai vari Nosferatu e/o Vampyr. Per la trama il regista e gli sceneggiatori presero spunto dal racconto Il Vij di Gogol’ tracciando così delle proprie convinzioni stilistiche e di contenuto che si discostano dalle opere precedenti, lasciando il segno negli anni.

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14 Luglio 2012 in La maschera del demonio

ottima storia (non per niente è scritta da Gogol) ma anche ottima messa in scena.
Tutto ha un senso logico e sembra addirittura perfetto (quante volte nei film di genere si cerca l’effetto ma si lascia perdere la verosimiglianza se non addirittura la coerenza?).
anche i semplici effetti speciali non sembrano affatto datati e “poveri” ma rimangono certamente migliori di quelli digitali di oggi che grondano solo litri di sangue.

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Mario Bava al suo meglio / 17 Agosto 2011 in La maschera del demonio

Per me uno dei migliori horror mai fatti. Mario Bava e’ un grande regista. Stlisticamente perfetto. Da vedere e rivedere.