Recensione su La maschera del demonio

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Poco riuscito omaggio del regista al padre / 21 febbraio 2017 in La maschera del demonio

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Questo film di Lamberto bava è il remake televisivo (prodotto dalla berlusconiana Reteitalia) di uno dei capisaldi della filmografia horror/gotica italiana, realizzato proprio dal figlio del regista Mario Bava, autore dell’originale La maschera del demonio nel 1960. Nonostante i titoli del film recitino sia ispirato al racconto Il Vij (così come quello del Bava padre), in realtà la storia si allontana dallo scritto di Nikolai Gogol’ in maniera ancora più netta di quanto non aveva già fatto la pellicola originale. Un gruppo di sciatori precipita in un crepaccio e trovano una donna congelata con il volto coperto da una strana maschera di ferro. Senza farsi particolari problemi, i ragazzi rimuovono la maschera, letteralmente conficcata nel volto del cadavere per mezzo di spuntoni, e iniziano a giocarci. Un’altra voragine si apre a quel punto, rivelando un passaggio che li porterà in un inquietante villaggio abitato solamente da un prete cieco e dal suo cane. Il religioso racconta loro che il corpo trovato nel crepaccio appartiene ad Anibas (Eva Grimaldi), una strega sfuggita al rogo ma rimasta congelata tra i ghiacci della montagna. La maschera le era stata applicata prima dell’esecuzione per imprigionare il suo influsso malefico, adesso che i ragazzi gliela hanno strappata dal viso, lei è libera di tornare in vita impadronendosi del corpo di Sabina (il nome di Anibas scritto al contrario), una delle ragazze del gruppo interpretata da Debora Caprioglio (che all’epoca era sposata con Klaus Kinski e nei titoli di testa compare come Debora Kinski). Come si può intuire dalla trama, il film prende le distanze anche da quello di Bava senior. Dall’ottocentesca campagna russa si passa alle montagne della Svizzera contemporanea. L’originale era girato in un evocativo bianco e nero, questo ha i colori saturi di una réclame pubblicitaria anni ottanta. All’atmosfera gotica che lo permeava si aggiunge, un po’ alla rinfusa, tutta quell’estetica horror che si è aggiunta al genere nei trent’anni che separano i due film: interpreti poco più che adolescenti, esorcismi; effetti splatter. Nel film originale, sia la strega sia la ragazza posseduta erano interpretate dalla stessa attrice, la regina del gotico Barbare Steele, qui invece a interpretare i due personaggi sono due attrici diverse, perdendo così tutti quei richiami al tema del doppio. A richiamare il racconto di Gogol’ solo qualche citazione disseminata qua e la, come la scena in cui uno dei ragazzi rimane a vegliare sul corpo della strega, e poco altro. Numerosi sono i tasti dolenti di questa produzione con cui il regista intendeva regalare il padre. Prima di tutto la sceneggiatura è abbastanza pasticciata, alcuni comportamenti dei protagonisti appaiono spesso incoerenti. Il versante recitativo, tra starlette televisive del momento, attori esordienti e altri non molto dotati, non è tanto più incoraggiante (tra gli interpreti, da segnalare la presenza del futuro regista de La chiesa e Dellamorte Dellamore, Michele Soavi). Un prodotto tipico, in definitiva, del periodo in cui fu realizzato, simile ad altre produzioni televisive Fininvest del genere (spesso realizzate dallo stesso Bava jr.) e che suggellarono il definitivo tracollo del cinema horror italiano, un tempo florido di idee e film.

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