Recensione su La leggenda del pianista sull'oceano

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Il pianista / 18 giugno 2015 in La leggenda del pianista sull'oceano

La curiosa e bizzarra storia di un musicista virtuoso del pianoforte, Danny Boodman T. D. Lemon Novecento (Tim Roth), che ha vissuto tutta la sua vita su un piroscafo, il Virginian, che nei primi decenni del ventesimo secolo faceva avanti e indietro dall’Europa all’America, raccontata attraverso le parole di un trombettista, Max Tooney (Pruitt Taylor Vince), che dopo aver conosciuto Novecento ed esserne diventato amico ha avuto il privilegio di suonare insieme a lui in diverse occasioni.
Tratto da un non entusiasmante raccontino di Alessandro Baricco, “Novecento” (1994), nato come monologo teatrale, incentrato su un personaggio che passa la sua intera esistenza su una nave per sfuggire ai problemi della vita (sai che originalità!), “La leggenda del pianista sull’oceano” (1998) vorrebbe essere un kolossal epico e commovente, ma solo a tratti riesce a coinvolgere ed emozionare.
Che Giuseppe Tornatore (anche sceneggiatore) sia cresciuto ammirando e amando il cinema di Federico Fellini e Sergio Leone è evidente, ma questi ultimi due, veri e propri geni della Settima Arte, rimangono irraggiungibili per chiunque, figuriamoci per uno come lui, che al massimo ha fatto buoni film (lo scomodo “Il camorrista”, 1986, il nostalgico “Nuovo cinema Paradiso”, 1988, il labirintico “Una pura formalità”, 1994, il torbido “La sconosciuta”, 2006, l’autobiografico “Baarìa”, 2009) senza però mai toccare livelli di eccellenza.
Il regista siciliano riempie il film di così tanti virtuosismi registici da rischiare di ubriacare lo spettatore: tra dolly, carrelli e zoom, che si susseguono senza soluzione di continuità, la cinepresa non sta mai ferma, spostandosi di continuo in avanti, all’indietro, a destra, a sinistra, in alto, in basso, con il rischio di cadere nell’esercizio di stile fine a se stesso. Troppi virtuosismi, troppo esibizionismo, troppa voglia di dimostrare di essere un autore.
Tornatore si fa prendere la mano e finisce per esagerare. Peccato, perché quando il regista non abusa dei movimenti di macchina, come nella bella scena in cui Novecento incide una sua composizione ispirata dalla visione di una ragazza (Mélanie Thierry), il film non è male, anche se, oltre alla regia ridondante, ha un altro difetto: quello di far parlare in dialetto alcuni personaggi secondari (come quello del contadino friulano interpretato da Gabriele Lavia). Per fortuna succede poche volte, ma quando capita, viene voglia di tapparsi le orecchie.
Tornatore, poi, ha una concezione piuttosto limitata del virtuosismo strumentale, dato che secondo lui essere un virtuoso del pianoforte significa semplicemente suonare in modo veloce, come se contasse solamente la rapidità di esecuzione e non anche il tocco con cui vengono eseguiti i pezzi. Per quanto riguarda il cast, Tim Roth (che quando suona il piano è doppiato da una pianista professionista, Gilda Buttà) ce la mette tutta per risultare credibile, ma, nonostante l’impegno, non sembra essere l’attore ideale per interpretare la parte di “un pianista straordinario, dalla tecnica strabiliante, capace di suonare una musica mai sentita prima, meravigliosa”.
Gli altri attori recitano discretamente, ma nulla più. La delusione più grande, però, è rappresentata dalla colonna sonora di Ennio Morricone (premiata, nel 1999, con il David di Donatello e, nel 2000, con il Golden Globe), che non riesce mai a far volare il film come avrebbe dovuto e come ci si sarebbe aspettato da un compositore del suo calibro.
La partitura musicale firmata dal maestro italiano perde nettamente il confronto con quella di un altro film in cui il pianoforte la faceva da padrone: ci riferiamo, naturalmente, al bellissimo “Lezioni di piano” (1993) di Jane Campion, per il quale Michael Nyman aveva scritto delle musiche sublimi che contribuivano ad alzare ulteriormente il livello dell’opera diretta dalla cineasta neozelandese, mentre quelle che Morricone ha composto per questa pellicola sono soltanto delle normalissime musiche che non trasmettono particolari emozioni.
In ultima analisi, “La leggenda del pianista sull’oceano” è un film costoso (è stato girato tra Odessa e Roma con un budget di poco inferiore ai quaranta miliardi di lire) e ambizioso con tanti difetti (a quelli sopra elencati c’è da aggiungere l’eccessiva durata: centosessantacinque minuti sono un po’ troppi) e qualche pregio (buone la fotografia di Lajos Koltai e le scenografie di Francesco Frigeri), che tenta, coraggiosamente, di superare i limiti del cinema italiano riuscendoci solo in parte.
Tutto sommato, però, il film non è così brutto come sostengono alcuni e non merita di essere stroncato brutalmente. Tornatore ha fatto di meglio, ma anche di peggio (il ripetitivo “L’uomo delle stelle”, 1995, l’imbarazzante “Malèna”, 2000).

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