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Recensione su La La Land

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Una lettura parziale / 8 febbraio 2017 in La La Land

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

La la land, ovvero come capire che in fondo anche tu volevi fare l’attore, o che comunque lo show business non risparmia neanche te.
Per la preminenza che Emma Stone ha saputo guadagnarsi, sullo schermo e nella mia memoria a breve termine, laddove non bastasse un po’ di semplice bon ton, partiamo subito da lei, e segnaliamo a Mia Dolan un interessante antecedente cui prendere spunto per il suo “monologo da camera”: il “Voyage autour de ma chambre” di Xavier De Maistre, 1794 (e, diremmo, il “sequel”, “Expédition nocturne autour de ma chambre”). L’intuizione dunque è corredata da precedenti di successo e ciò a Hollywood, che che ne dicano, è il primo requisito essenziale. Vedi il jazz, ma ci arriveremo.
Qual è l’altra filosofia di Hollywood? “If it ain’t broke, don’t fix it”… (forse questa veniva dalla Casa Bianca, ma insomma, resta un’affinità che rende i confini quanto mai confusi), ed ecco anche il musical. Ma senza Broadway, perché qui è il cinema che vince.
Lala land è fatto per piacere, e del resto non dovevano avere altre intenzioni i genitori di Emma e Ryan quando li hanno concepiti; e infatti piace. E chi lo nega vada a cercare nel Convivio di quale male soffre, io opterei per vanagloria. Ok, andatelo a cercare in qualche film di Woody Allen o chiedete a Tom Wolfe, vi dirà: “snob”.
In ogni caso decine di premi, ultimi i sette Golden Globes e il SAG Award, stanno preparando al film una pista verso gli Oscar, il che in fondo è ragionevole da svariati punti di vista: magari non è il film che ci meritiamo (o sì, e sarebbe terribile) ma è sicuramente quello di cui Hollywood ha bisogno adesso, una sfavillante composizione manieristica in due ore di autocompiacimento.
A conti fatti non manca niente all’appello: il sogno americano di una barista che dispensa caffè nella fabbrica dei sogni perché sua zia era attrice – e infatti fa la barista, ma lavora a Hollywood –, di teatro – e infatti lavora a Hollywood, ma fa la barista; il lavoro part-time dietro al bancone per potervi entrare, un giorno, da cliente; l’amore al primo sguardo – “a prima udita” – per un musicista appassionato e appassionante che farebbe amare la musica anche alla platea di Sanremo (questa era un po’ à la Selvaggia Lucarelli, chiedo venia); i compromessi con la modernità per poter essere poi autarchicamente nostalgici; momenti onirici; il tip tap; la musica, tanta ottima musica.
Insomma, l’industria rassicura: siamo in attivo e produciamo a pieno regime! Per di più, se non inserissimo un intoppo nella vicenda rosea dei protagonisti, non solo credereste che qui vadano sempre così le cose, ma un colpo apoplettico finirebbe per fulminarvi lì nel cinema al pensiero che tutto ciò vi è già irrimediabilmente precluso, se solo prolungassimo ancora questa nostra joie ne verreste sopraffatti!
Benché i nostri ormoni continuino a sbandare tra Stone e Gosling offrendo importante materiale tassonomico alla teoria gender, in effetti la fiaba finisce, proprio quando lei entra finalmente nel mondo agognato, con la rassicurazione del libero arbitrio (vedi film sperimentale senza copione), e lui ne resta fuori, ma almeno la catarsi degli spettatori può dirsi tutelata.
Diremmo tra parentesi, se fosse una lettura perseguibile e non invece eccessiva in questa sede, che in fondo entrambi si realizzano nella tecnica (quella di Benjamin, non quella del campetto) senza precludersi alcun atto creativo: la recita a soggetto per lei, la musica d’improvvisazione per lui. Entrambi vivono dell’opera d’arte ma la presumibile libertà di agirvi li tiene ancora al riparo dalla banalità, dalla non-autenticità; quello che però resta è ciò che rappresentano in quanto personaggi di intrattenitori inscenati da attori/intrattenitori: nulla meno che il rischio della “distrazione”, il presupposto di quella famosa “estetizzazione della vita politica” che in parole povere lavora ad alimentare l’assuefazione massiva, precisamente al modello propugnato da Hollywood.
Che è poi un po’ la perdita dell’aura che Sebastian stesso lamenta, le persone che uccidono il jazz parlandoci sopra senza ascoltarlo e senza “guardarlo”.
“C’eravamo tanto amati”, per tornare alla storia, ma, dopo cinque anni durante i quali i due hanno di fatto deciso di dover rinunciare l’uno all’altra per spirito di sacrificio, lei ha marito, figlio e baby-sitter.
Questo, ad ogni modo, è il punto in cui si gioca tutto il finale del film.
Pur volendo limitare interpretazioni troppo žižekiane, resta vero che il jolly del figlio piccolo rappresenta subito un’allettante incognita per gli scettici e una terribile premonizione per i romantici: come lo sfrutteranno? Perché è chiaro che Mia e Sebastian si rivedranno e in fondo è auspicabile per l’intera armonia del cosmo che tornino a conoscersi in senso biblico. Ma lei abbandonerà figlio e marito (e insomma quel nucleo familiare che si è voluta costruire in così breve tempo)? Orrore, svalutazione di ogni principio etico! E allora disconoscerà i suoi sentimenti, preservando il ruolo sociale che si è ormai attribuita? Orrore, non è giusto, non è così che deve andare! Forse non c’era più tempo per far morire il marito e dare il figlio in affidamento, forse – ma è abbastanza lapalissiano – i due continueranno a vedersi al di fuori della pellicola, evitando a una parte cospicua del pubblico il dilemma morale di sperare che lei tradisca o rassegnarsi ad una storia d’amore andata male.
Quel che è certo e che anche la postmodernità ci ha finalmente insegnato è che non tutto deve andare bene, perché non tutto, forse niente, ha un suo modo specifico di andare. Con buona pace delle storie a lieto fine.
Ah, non ve l’aveva detto, contiene spoiler. Inspiegabilmente! – nel vero senso della parola – una riflessione su un’opera non può esimersi dal citare l’opera. Buona seconda visione.

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