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Recensione su La La Land

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La La Land: quando il capitalismo incontra l’amore / 8 febbraio 2017 in La La Land

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

La La Land è un film di notevole pregio estetico. Ha una qualità scenografica e narrativa in grado di poter appassionare ogni spettatore, ed è l’unico nella storia ad aver vinto 7 Golden Globe. Senza contare le 14 nomination agli Oscar, un record che poco meno di dieci anni fa era stato raggiunto da Titanic. Dieci anni che segnano indiscutibilmente il passaggio da un periodo di benessere ad uno di crisi economica. E non è un caso che alla presentazione del film al festival di Venezia, l’attrice protagonista Emma Stone si sia soffermata sulla situazione attuale dei giovani, tacciandoli di eccessivo cinismo. Secondo lei, nel film verrebbe illustrato il rimedio a questa situazione. Mi fermo e penso: l’amore. Sbagliato. Sognare? Ancora fuori strada. La risposta è: “work hard”. Lavorare duro, un motto degno di un accanito yuppie newyorkese. Ma allora siamo così sicuri che La La Land sia un film romantico? Una volta usciti dalla sala, ci verrà davvero voglia di brindare ai sognatori?

Torniamo a Emma Stone. Luminosa e cangiante nella sua semplicità colma di vitalità, è riuscita a trascinare tutto il film, nonché a mettere in ombra il povero Ryan Gosling, forse un po’ troppo impacciato nel ruolo del musicista impacciato. I due attori interpretano rispettivamente il ruolo di Mia, una barista con la passione del cinema, e Sebastian, un musicista jazz in cerca di successo. Come nelle più classiche storie d’amore, si incontrano casualmente in diverse occasioni. Si frequentano, si innamorano e vanno a vivere insieme. Entrambi hanno un sogno: la prima vuol fare carriera a Hollywood, il secondo spera di aprire un locale in cui si suoni solo ed esclusivamente puro jazz.

Ed è qui che si apre la riflessione sulla forte etica capitalistica di cui è permeato il film. Difatti, l’unico indizio che abbiamo per capire se il sogno dei due protagonisti si sia avverato o meno sono i soldi. Come se senza di quelli nessun sogno possa dirsi realizzato. I soldi sono il segno che ci si è elevati, che si è un gradino sopra gli altri.
Prendiamo Mia, un’aspirante attrice con evidente talento, ma che non riesce a farsi strada nel mondo del cinema. Ciononostante, con molto impegno e passione, scrive un monologo e lo porta a teatro in uno spettacolo autoprodotto. Possiamo immaginare che reciti egregiamente, tanto più che poi verrà richiamata da una produttrice casualmente presente tra il pubblico.
Tuttavia, il primo commento di Mia disperata e in lacrime riguarda l’affluenza: “non è venuta un’anima, non posso nemmeno ripagare la sala” singhiozza. Se ci concentriamo un attimo sull’illogicità della pretesa di avere una sala di teatro piena pur essendo del tutto sconosciuta, capiamo che in quella delusione c’è la grande aspirazione del capitalista. Essere il migliore, e dimostrarlo facendo tanti soldi. Lo spettacolo è andato male non perché Mia si è accorta di aver recitato al di sotto delle sue potenzialità, ma perché non ha guadagnato abbastanza. Il suo sogno di recitare, nonostante sia riuscita a mettere in scena uno spettacolo che lei stessa ha scritto, è un sogno non realizzato. Il fallimento la porta addirittura a decidere di lasciar perdere con il cinema, e solo casualmente sarà convocata per il provino che poi risulterà decisivo.

A questo punto il sogno sembra realizzato, ma del suo futuro come attrice di cinema, cosa ci viene mostrato? Assolutamente nulla. Dentro di noi pensiamo “ce l’ha fatta” solo ed esclusivamente in base ad un parametro: i soldi. La nuova Mia entra nel bar dove lavorava da giovane, ordina due caffè freddi, e si ritrova protagonista di uno scambio di battute identico ad uno avvenuto quando lei era dell’altra parte del bancone. Il proprietario prova ad offrirle i caffè, ma lei rifiuta: “no grazie, vorrei pagare”. Poi torna a casa e trova una tavola finemente apparecchiata, con frutta fresca, brioches, e persino un grande bicchiere colmo di champagne o vino bianco, abbandonato lì tra gli avanzi. La telecamera la segue fino all’incontro con suo marito, un uomo stempiato e incolore, ma probabilmente ricco, per poi mostrarci la figlia che di lì a poco verrà lasciata alla tata. Di lei come attrice non sappiamo nulla. Vediamo di sfuggita che il suo ultimo film si chiama Eleanor, ma non ne conosciamo né la trama, né il genere. Non sappiamo se è diventata davvero brava, se ha interpretato ruoli che le piacevano, se adesso si sente stritolata dallo show business. Sappiamo che è ricca, e tanto ci deve bastare per capire che ce l’ha fatta. Il lavoro duro ti premia sempre, e La La Land canta l’importanza del lavoro, del pragmatismo, la necessità di superare i competitori: in definitiva è un inno al capitalismo.

Certo, all’inizio della storia d’amore, Mia fugge da un ragazzo con un conto in banca piuttosto florido per gettarsi fra le braccia dello squattrinato Sebastian. Siamo portati a credere di essere di fronte ad una storia d’amore di quelle in cui amor vincit omnia. Invece Chazelle porta al cinema il disincanto dei nostri tempi. Ci suggerisce che la vita e l’amore sono come il tempo e le stagioni, dopo l’estate arriverà l’autunno che ci farà tornare coi piedi per terra. I piedi per terra, appunto. Il primo bacio dopo un ballo tra le stelle e poco dopo l’inizio della fine: la chiamata di Mia con sua madre in cui l’oggetto della discussione sono, guarda caso, i soldi. E in cui Mia – incredibile! – non oppone le ragioni dell’amore all’apprensione della madre, ma la rassicura dicendo che alla fine lui ce la farà. Ovvero diventerà ricco.

Già, perché In La La Land tutto ha un prezzo. Anche l’umiliazione può essere funzionale a raggiungere il proprio sogno. Purché sia ben pagata. La morale si piega alla paga: suonare canzoncine di Natale in un ristorante è una mortificazione per un pianista di talento. Ma è anche sbagliato perché poco redditizio: suonare una pianola elettrica in mezzo a ballerine seminude non sarà il massimo, ma è un boccone amaro da mandare giù in vista del successo.
Ecco perché nel film di Chazelle per essere felici non basta “sognare” come sembra alludere Mia durante il provino finale. Bisogna invece risaltare, arrivare primi. È necessario diventare “someone ready to be found”, qualcuno che sarà trovato tra la folla.

La storia d’amore tra i due protagonisti finisce triturata da questa logica. Tutti e due vogliono realizzare il loro sogno, ma realizzare un sogno, in La La Land, non significa fare qualcosa che si ama, magari con chi si ama. Se fosse così Mia e Sebastian potrebbero continuare a vivere insieme. Realizzarsi significa diventare il migliore, una stella che brilla, e il dollaro è l’unica unità di misura. Un musicista o un attore di talento non valgono niente se non hanno accumulato delle ricchezze. Oppure non avevano voglia di lavorare, “work hard”. In questo contesto, l’amore va bene, ma solo finché non diventa un ostacolo alla realizzazione personale.
Arriviamo così al capolavoro finale. Mia e Sebastian si incontrano di nuovo, per caso. Mia entra in un locale con suo marito, e lì scopre che il posto appartiene al suo vecchio amore. E Sebastian è lì sul palco, la nota in mezzo al pubblico. Lei è sempre bellissima, lui la guarda per alcuni interminabili secondi, e poi inizia a suonare la canzone che stava suonando la sera in cui si sono conosciuti. È una scena toccante, mirabilmente girata, in cui assistiamo a come sarebbe stata la loro vita se avessimo davvero assistito a un film romantico.

È a questo punto che vengono alla mente le parole con cui Mia aveva salutato Sebastian: “ti amerò per sempre”. E noi vogliamo crederci, in fondo cinque anni non sono tanti. Siamo sicuri che lei lo ama ancora. Desiderosi di sapere come finirà, arriviamo all’ultima scena. Ecco che Mia sorride a Sebastian durante un nuovo scambio di sguardi. Sì lo ama ancora! Niente è perduto! Adesso finalmente correrà da lui. Ma i veri sognatori siamo noi. Mia è sposata. Per giunta con un uomo tanto simile al ragazzo da cui era fuggita all’inizio. La sola differenza è che ora Mia non è più una barista aspirante attrice. Adesso è diventata qualcuno. Così non fa altro che immolarsi alla morale borghese. Sorride all’uomo che ama, e va via con quello che ha sposato.

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