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Recensione su La kryptonite nella borsa

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Vedi Napoli e poi voli. / 2 aprile 2014 in La kryptonite nella borsa

Sulla carta, carino. Sullo schermo, meh.
Chiariamoci: non ho letto il romanzo di Cotroneo da cui è tratto. Con “sulla carta”, intendo: “dal punto di vista delle premesse”.
Infatti, gli ingredienti per un bel racconto generazionale d’ambientazione rétro ci sono tutti: è lo sviluppo che interdice. Non c’è mai l’accelerata definitiva, i tempi si dilatano, non scatta “la situazione”. Dicesi “la situazione” quella scintilla narrativa e/o recitativa per cui il film in oggetto diventa speciale, un piccolo grande unicuum, da ricordare con piacere, magari da citare.

E dire che di materiale ce n’è, dal bambino (tenerissimo ma, a conti fatti, vagamente improbabile), messo da tutti tutti tutti da qualche parte, lontano, perché non disturbi (e lui… zitto. Ha solo un moto di ribellione, con la mamma, subito sedato), al superman filosofo, alla pletora di coloriti comprimari (troppi!) a cui viene affidato il ruolo di descrivere aspetti peculiari di una società che, forse dico forse, non c’è più.

Cotroneo ha la mania delle inquadrature “originali” (tante riprese dall’alto) e dei balletti “simpatici” (e gli zii che agitano le anche appena possono, e il sirtaki: boh?): ma perché? Troppe puntate di Fame, nella sua adolescenza?
Bella, ma, alternativamente anacronistica e/o eccessivamente stereotipata, specie nei dettagli d’ambiente (1973: tv gigante in cucina? Con telefono annesso? In cucina?!? Telefono in corridoio e tv molossa in salotto, in cucina al massimo una Mivar con l’antenna di fil di ferro, zitti, marsch!), questa Napoli dei primi anni Settanta, in cui, per fortuna, non ci sta sempre ‘o dramma camorristico e non c’è l’onnipresenza da cartolina di ‘sto beneamato sole e piove pure, oh! Punti a favore, in sostanza.
Ma non abbastanza.
Eh, Cotroné: c’aggia fa.

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