Recensione su La grande illusione

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Questa non è una critica cinematografica / 17 Dicembre 2013 in La grande illusione

Ora, io non essendo un critico non dovrei temere di dire le mie scempiaggini. Premetto questo perchè dare uno stitico 7 ad uno dei capisaldi del cinema europeo potrebbe essere interpretato anche come un attentato alla cultura.
A scavare tra i motivi che mi inducono a non riconoscere il pieno valore di quest’opera, direi che il primo motivo è fondamentalmente questo; ciò che la critica d’ogni dove ha eletto a Valore Assoluto del film è l’antimilitarismo inteso come assenza di odio tra le parti combattenti. Erano buoni tedeschi, eravamo buoni francesi, affermò Renoir. Bene, mi permetto di alzare il sopracciglio; qui si narra di pranzi tra ufficiali, noblesse oblige tra alti gradi. Il lager è una camera spazzata, dove c’è gran rispetto della privacy e libertà di passeggiare liberamente in cortile. Ecco, dopo essere stato al sacrario di Redipuglia o dopo aver letto Remarque o Hobsbawm, uno giustamente potrebbe scuotere la testa; Renoir non ha fatto un film contro la guerra, ha fatto un bellissimo film sugli agi e l’onore degli ufficiali. Con gran stile francese, raffinatezza francese e un pizzico di sciovinismo francese.

2 commenti

  1. leodefrenza / 17 Dicembre 2013

    E’ strano da dire ma forse voleva anche evidenziare che era scomparso un certo modo di vedere la vita militare e la guerra. La stessa cosa che racconta Marlene Dietrich – moglie di un ufficiale nazista – al giudice americano Spencer Tracy in “vincitori e vinti”.
    Chi combatte non è un macellaio ma una persona addestrata a raggiungere uno scopo seguendo alcune regole tra le quali il rispetto dell’avversario.
    Concordo però con il fatto che non tutti i combattenti avevano frequentato le accademie militari dove oltre alle strategie si imparavano le buone maniere.

  2. paolodelventosoest / 18 Dicembre 2013

    Infatti il film di Renoir andrebbe visto come punto di vista di un élite in decadenza, un film nostalgico che con questa chiave di lettura risulta inevitabilmente revisionista. E’ un pezzo piccolo di una storia enormemente più tragica; forse è un limite mio quello di non poter rinunciare ad una visione “sociale” oltre che estetica.

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