Recensione su La grande illusione

/ 19378.356 voti

Anomalo ma incisivo / 24 Maggio 2016 in La grande illusione

Per comprendere appieno un film come La grande illusione, occorre calarsi nel contesto in cui esso uscì, il 1937 dell’avanzata dei totalitarismi e delle leggi razziali.
Ecco così che un’opera sicuramente anomala come quella di Renoir non può non manifestare la sua natura di strenua parabola pacifista, un utopico appello all’internazionalismo e alla solidarietà tra uomini prima che tra classi.
Perché La grande illusione è sì un film che dipinge innanzitutto gli ultimi, vani tentativi di preservare un’ormai inquinata identità di classe (l’ufficiale tedesco aristocratico che tratta l’ufficiale francese di pari natali non come un prigioniero di guerra, bensì alla stregua di un ospite di un ricevimento nobiliare). In Francia, oramai, gli ufficiali sono anche i Maréchal o i Rosenthal (rispettivamente, di origine popolare ed ebraica) e il capitano von Rauffenstein lo accetta a malincuore come un ormai ineluttabile retaggio della rivoluzione francese.
La solidarietà tra classi agiate in tempo di guerra, dunque, con scene che paiono a tratti surreali, ma che non si possono ritenere così inverosimili, considerato il periodo precedente allo scoppio della prima guerra mondiale, la Belle Époque del trionfo della borghesia.
Ma La grande illusione illustra anche la solidarietà nei confronti degli ebrei (il personaggio di Rosenthal che, pur calato nello stereotipo dell’arricchito, diventa protagonista nel finale insieme a Maréchal) e anche e soprattutto la solidarietà tra classi diverse e tra popoli, come dimostra l’amore più o meno platonico tra Maréchal e la vedova tedesca che accoglie i due fuggitivi.

È un gran film quello di Renoir, ovviamente segnato dagli anni, ma che mantiene ancora oggi la sua carica dirompente da un punto di vista del messaggio socio-politico.
“Le frontiere non si vedono mica, sono un’invenzione dell’uomo” dice Rosenthal nel finale. Quelle frontiere che ancora ai nostri tempi vengono richiamate quotidianamente da chi ritiene di dover fare antistorici passi indietro, accecati dalla miopia del nazionalismo e dal timore di eventi che sono ormai inevitabili, le migrazioni di massa, e che sarebbe meglio affrontare seriamente anziché tentare di arginare con effimeri e inutili argini di cemento.

Il film è diviso nettamente in due parti, quella dei campi di prigionia e quella finale della fuga, che simboleggiano la cattività e la libertà dell’uomo.
Il ruolo dell’ufficiale tedesco von Rauffenstein è affidato all’ex regista Erich von Stroheim, che dopo la fallimentare (da un punto di vista solo commerciale) parentesi americana (culminata nel capolavoro incompreso Greed) era tornato ad indossare i panni dell’attore, con grande dignità e con notevoli capacità, come dimostra in questa pellicola.

La grande illusione è, in conclusione, una pellicola incentrata più sulla potenza del messaggio che sulla rappresentazione di ciò che fu la Grande Guerra, un immane massacro di uomini di tutte le nazionalità, aspetto che non emerge per nulla.
Visti i messaggi che recava, il film non poteva non incontrare l’avversità dei totalitarismi: venne bandito nella Germania di Hitler e nell’Austria dell’Anschluss, e contrastato in Italia dal fascismo quando, al Festival di Venezia, era l’unico serio candidato alla Coppa Mussolini, l’antenato del Leone d’Oro. Non la vinse, ovviamente, aggiudicandosi comunque il riconoscimento per il valore artistico da parte della giuria.
Quello di Renoir è un film che, probabilmente, dopo Auschwitz non si sarebbe più prodotto (come forse Il grande dittatore di Chaplin). Dovranno passare oltre cinquant’anni dalla fine dell’olocausto prima che uno come Benigni affronti il tema della guerra e della prigionia con un piglio simile a quello di questo grande film degli anni Trenta.

Lascia un commento

jfb_p_buttontext