1937

La grande illusione

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La grande illusione
La grande illusione

Durante la prima Guerra Mondiale, due ufficiali francesi vengono catturati dai tedeschi. Insieme ad altri detenuti, cercheranno a più riprese di fuggire.
paolodelventosoest ha scritto questa trama

Titolo Originale: La Grande Illusion
Attori principali: Jean GabinDita ParloPierre FresnayErich von StroheimGeorges PécletWerner Florian, Jean Dasté, Sylvain Itkine, Marcel Dalio, Julien Carette, Gaston Modot, Jacques Becker, Habib Benglia, Pierre Blondy, Albert Brouett, George Forster, Georges Fronval, Karl Heil, Carl Koch, Little Peters, Claude Sainval, Michel Salina, Claude Vernier
Regia: Jean Renoir
Sceneggiatura/Autore: Jean Renoir
Colonna sonora: Joseph Kosma
Fotografia: Christian Matras
Costumi: René Decrais
Produttore: Albert Pinkovitch, Frank Rollmer
Produzione: Francia
Genere: Drammatico, Guerra, Storia
Genere:
Durata: 114 minuti

Anomalo ma incisivo / 24 Maggio 2016 in La grande illusione

Per comprendere appieno un film come La grande illusione, occorre calarsi nel contesto in cui esso uscì, il 1937 dell’avanzata dei totalitarismi e delle leggi razziali.
Ecco così che un’opera sicuramente anomala come quella di Renoir non può non manifestare la sua natura di strenua parabola pacifista, un utopico appello all’internazionalismo e alla solidarietà tra uomini prima che tra classi.
Perché La grande illusione è sì un film che dipinge innanzitutto gli ultimi, vani tentativi di preservare un’ormai inquinata identità di classe (l’ufficiale tedesco aristocratico che tratta l’ufficiale francese di pari natali non come un prigioniero di guerra, bensì alla stregua di un ospite di un ricevimento nobiliare). In Francia, oramai, gli ufficiali sono anche i Maréchal o i Rosenthal (rispettivamente, di origine popolare ed ebraica) e il capitano von Rauffenstein lo accetta a malincuore come un ormai ineluttabile retaggio della rivoluzione francese.
La solidarietà tra classi agiate in tempo di guerra, dunque, con scene che paiono a tratti surreali, ma che non si possono ritenere così inverosimili, considerato il periodo precedente allo scoppio della prima guerra mondiale, la Belle Époque del trionfo della borghesia.
Ma La grande illusione illustra anche la solidarietà nei confronti degli ebrei (il personaggio di Rosenthal che, pur calato nello stereotipo dell’arricchito, diventa protagonista nel finale insieme a Maréchal) e anche e soprattutto la solidarietà tra classi diverse e tra popoli, come dimostra l’amore più o meno platonico tra Maréchal e la vedova tedesca che accoglie i due fuggitivi.

È un gran film quello di Renoir, ovviamente segnato dagli anni, ma che mantiene ancora oggi la sua carica dirompente da un punto di vista del messaggio socio-politico.
“Le frontiere non si vedono mica, sono un’invenzione dell’uomo” dice Rosenthal nel finale. Quelle frontiere che ancora ai nostri tempi vengono richiamate quotidianamente da chi ritiene di dover fare antistorici passi indietro, accecati dalla miopia del nazionalismo e dal timore di eventi che sono ormai inevitabili, le migrazioni di massa, e che sarebbe meglio affrontare seriamente anziché tentare di arginare con effimeri e inutili argini di cemento.

Il film è diviso nettamente in due parti, quella dei campi di prigionia e quella finale della fuga, che simboleggiano la cattività e la libertà dell’uomo.
Il ruolo dell’ufficiale tedesco von Rauffenstein è affidato all’ex regista Erich von Stroheim, che dopo la fallimentare (da un punto di vista solo commerciale) parentesi americana (culminata nel capolavoro incompreso Greed) era tornato ad indossare i panni dell’attore, con grande dignità e con notevoli capacità, come dimostra in questa pellicola.

La grande illusione è, in conclusione, una pellicola incentrata più sulla potenza del messaggio che sulla rappresentazione di ciò che fu la Grande Guerra, un immane massacro di uomini di tutte le nazionalità, aspetto che non emerge per nulla.
Visti i messaggi che recava, il film non poteva non incontrare l’avversità dei totalitarismi: venne bandito nella Germania di Hitler e nell’Austria dell’Anschluss, e contrastato in Italia dal fascismo quando, al Festival di Venezia, era l’unico serio candidato alla Coppa Mussolini, l’antenato del Leone d’Oro. Non la vinse, ovviamente, aggiudicandosi comunque il riconoscimento per il valore artistico da parte della giuria.
Quello di Renoir è un film che, probabilmente, dopo Auschwitz non si sarebbe più prodotto (come forse Il grande dittatore di Chaplin). Dovranno passare oltre cinquant’anni dalla fine dell’olocausto prima che uno come Benigni affronti il tema della guerra e della prigionia con un piglio simile a quello di questo grande film degli anni Trenta.

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Questa non è una critica cinematografica / 17 Dicembre 2013 in La grande illusione

Ora, io non essendo un critico non dovrei temere di dire le mie scempiaggini. Premetto questo perchè dare uno stitico 7 ad uno dei capisaldi del cinema europeo potrebbe essere interpretato anche come un attentato alla cultura.
A scavare tra i motivi che mi inducono a non riconoscere il pieno valore di quest’opera, direi che il primo motivo è fondamentalmente questo; ciò che la critica d’ogni dove ha eletto a Valore Assoluto del film è l’antimilitarismo inteso come assenza di odio tra le parti combattenti. Erano buoni tedeschi, eravamo buoni francesi, affermò Renoir. Bene, mi permetto di alzare il sopracciglio; qui si narra di pranzi tra ufficiali, noblesse oblige tra alti gradi. Il lager è una camera spazzata, dove c’è gran rispetto della privacy e libertà di passeggiare liberamente in cortile. Ecco, dopo essere stato al sacrario di Redipuglia o dopo aver letto Remarque o Hobsbawm, uno giustamente potrebbe scuotere la testa; Renoir non ha fatto un film contro la guerra, ha fatto un bellissimo film sugli agi e l’onore degli ufficiali. Con gran stile francese, raffinatezza francese e un pizzico di sciovinismo francese.

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