Recensione su La grande bellezza

/ 20137.3952 voti

La grande bellezza / 23 Maggio 2013 in La grande bellezza

L’opera di Celine da cui Sorrentino estrapola l’incipit de “La grande bellezza” è terribile e secca come la sensazione che il film lascia ai pochi ospiti della sala. Roma, città che nell’immaginario collettivo vive nei versi di Catullo, viene presentata con il rumore assordante delle scene iniziali. E poi la solitudine, la notte prima dell’alba, le fontane di piazza Navona sono spente in un silenzio che urla lo svanire per sempre della grande bellezza. Roma non è più dolce come nelle scene di Fellini, ma bella di quella bellezza ormai passata e che adesso resta ferma, immobile in monumenti usati da sfondo per case costose o cattolici uffici. Predominano le luci sui cartelloni pubblicitari e l’incanto felliniano di un animale esotico tra mura storiche scompare con un’illusione. Sorrentino mette in scena personaggi e temi contrastanti: suore e spogliarelliste, divertimento sfrenato e immensa tristezza, meraviglia e monotonia, realtà e pettegolezzo, lusso sfrenato e arte squattrinata, spreco ed essenzialità. Infine, tutte le contraddizioni si risolvono ad una sola, essenziale: l’uomo miserabile e la grande bellezza. Toni Servillo interpreta con maestria un percorso ironicamente amaro e lo sforzo artistico di un uomo la cui ricerca si rivela vana poiché ha scordato il punto di partenza. Perché le vere radici non sono storiche, non abbiamo nulla di storico e la storia non ci ha insegnato nulla. Le vere radici sono i sentimenti che non siamo riusciti a scordare, la prima volta che ci siamo spogliati, il primo vero momento di vita o morte che sia. Tutta la nostra vita si riduce a quel momento e invecchiamo illudendoci di averlo vissuto ieri.

Lascia un commento

jfb_p_buttontext